Jobs Act e controriforma del fisco: l’identità del lavoro povero 

da | Giu 14, 2024 | Articoli | 0 commenti

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di Luciano Cerasa, pubblicato su NotiziarioINCAonline

La campagna referendaria messa in campo dal sindacato appare una via obbligata dalla resistenza della politica per ripristinare l’impianto dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione repubblicana al lavoro, negati da alcuni provvedimenti legislativi, trasversali nella loro genesi e nella gestione successiva, da governi di centrodestra, centrosinistra e di unità nazionale. Il quadro sociale, economico e tecnologico in cui si inserisce l’iniziativa pone più in generale problematiche complesse sulla capacità del sistema di assicurare ancora efficienza ed equità dei due principali strumenti redistributivi del valore prodotto dal lavoro, basati sulle retribuzioni di mercato delle prestazioni salariate e autonome e il sistema fiscale. Dai primi anni novanta, con l’affermazione dei nuovi partiti di centrodestra sfociata nella costituzione del primo Governo Berlusconi in poi, si è assistito a una significativa contaminazione, a senso unico, della cultura socialista e socialdemocratica con il pensiero economico neoliberista. Un processo che ha accompagnato quel clima culturale da “rompete le righe” e di “fine della storia” comunemente accettata con rassegnazione e senso di colpa anche nella metamorfosi della vecchia sinistra nata dal movimento operaio. In campo fiscale lo iato con le precedenti concezioni della giustizia sociale maturate nell’ambito costituente è emerso con tutta evidenza dalle resistenze culturali e politiche alla riforma Visco del 1997, dove si ritrovano in nuce molte delle questioni irrisolte riesplose poi nei decenni a venire. Ne è un esempio il dibattito sorto all’epoca all’interno degli stessi partiti di governo tra economisti “nordisti” e “meridionalisti” sulla questione dei cosiddetti incapienti.

La proposta da parte del Ministero delle Finanze di raggiungere e sostenere il reddito delle categorie più deboli ed esposte sostituendo alla leva fiscale il trasferimento diretto di risorse dall’erario ai cittadini, come praticato comunemente dalle realtà statuali europee più avanzate, fu fortemente osteggiato e bocciato. Un dibattito dove qualcuno ritroverà i temi dell’aspro confronto che ha attraversato tutte le formazioni politiche, ma notevolmente impoverito e imbarbarito, più di un decennio dopo sul Reddito di cittadinanza tra “lavoristi” e “divanisti” e drasticamente lasciato irrisolto dal Governo Meloni a favore degli evasori fiscali con la semplice abolizione dell’istituto. Dopo l’affermazione del nuovo governo di centrodestra del 2001 la propaganda vincente del ministro Tremonti è stata accolta anche in modo strisciante nel centrosinistra in cui ci si è particolarmente impegnati da quel momento in poi nello scansare in tutti i modi, a livello personale e organizzativo, il marchio d’infamia di “partito delle tasse”, appioppato a larghe mani dalla destra a detrimento di qualsiasi tentativo o richiesta di rendere efficiente l’azione istituzionale dell’Agenzia delle entrate nell’attività di accertamento e riscossione del dovuto. Oggi la durezza classista e clientelare della riforma fiscale attuata dal governo di destra, arrivata a legalizzare attività un tempo ritenute evasive ed elusive, pone alle forze progressiste e sindacali la questione di a quale modello alternativo ispirare l’azione politica per realizzare la loro visione di solidarietà, giustizia, legalità ed equità fiscale. Il quadro da affrontare appare urgente e drammatico, davanti a una ripartizione del reddito polarizzata tra “super ricchi” ed estremamente poveri, al peso relativo del prelievo pressoché a totale svantaggio di dipendenti e pensionati aggrediti da un’inflazione a due cifre, a un mondo della produzione stravolto in tempo reale dalle nuove tecnologie, da guidare e non da subire, alla ineluttabile e non procrastinabile transizione ecologica, alla indispensabile integrazione sociale ed economica dei flussi migratori e non ultimo al finanziamento di un welfare in affanno e in gran parte da ridisegnare. Come ultimo atto del tentativo di disarticolazione della macchina fiscale della destra, il dibattito politico e tecnico si è incentrato in questi giorni intorno a un decreto ministeriale, pubblicato in Gazzetta ufficiale e poi “sospeso”, che reintroduce nell’ordinamento il cosiddetto “Redditometro”. Istituito nel 1973, è uno strumento di accertamento sintetico del reddito basato sul confronto tra la capacità di spesa dichiarata dal contribuente e i consumi effettivamente realizzati. 

Codificato in norma primaria nel 2015 dal Governo Renzi e abrogato nel 2018 dal Governo Conte 1, con il Redditometro il possesso o la disponibilità di taluni beni vengono associati a un certo reddito ritenuto “congruo”, calcolato utilizzando appositi coefficienti e fonti di dati stabiliti dal decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Qualora il reddito individuato risulti maggiore rispetto a quello dichiarato e lo scostamento sia superiore a una certa quota, l’amministrazione finanziaria sarà legittimata a emettere un avviso di accertamento basato su una rideterminazione sintetica dell’imponibile. Nell’atto di indirizzo del viceministro Maurizio Leo si spiega la ratio dell’intervento legislativo, come varato “al fine di rendere più esplicita la sotto intesa volontà di concentrare il ricorso all’applicazione dell’istituto della determinazione sintetica del reddito fondata sul contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva ai casi nei quali il contribuente ometta di dichiarare i propri redditi, a fronte del superamento di soglie di spesa da determinare”. In pratica parrebbe di capire da questo testo farraginoso e ambiguo che basterà dichiarare anche un modestissimo reddito e la paura della rideterminazione sintetica passerà. 

Reddito VS consumi 

Riguardo all’attendibilità teorica dei calcoli effettuabili tramite il Redditometro, taluni analisti hanno rilevato che è sostanzialmente impossibile per un’amministrazione finanziaria ricostruire i consumi di una persona rispettando le norme restrittive in vigore in tema di privacy. Anche se l’obbligo di tracciabilità di tutti i pagamenti, opportunamente trattato con i moderni algoritmi, potrebbe raggiungere lo scopo di ricostruire il “paniere” di ogni contribuente. Il Governo Draghi ha inserito l’obbligo da parte degli intermediari di trasmettere all’Agenzia delle entrate solo il volume complessivo giornaliero dei pagamenti ricevuti in forma elettronica dagli operatori economici che hanno diritto al credito d’imposta per le commissioni loro addebitate, nonostante le amministrazioni finanziarie, già allo stato attuale, avrebbero la capacità tecnica di analizzare e utilizzare l’imponente volume di dati che deriverebbe da tutte le transazioni tracciate. Tuttavia anche la definizione dei redditi utilizzando i patrimoni e le attività finanziarie come indizi di congruità non è agevole. Esistono non pochi soggetti che hanno manifestazioni di consumo ma non accumulano o che accumulano in modo occulto. L’accertamento sintetico previsto dai commi quarto e seguenti dell’art. 38 del Dpr n. 600/1973 dovrebbe costituire una norma di chiusura del sistema che, muovendo da singole manifestazioni di agiatezza o di incremento patrimoniale, consente di ricostruire un reddito in base al loro contenuto induttivo (in applicazione dei princìpi che regolano la prova presuntiva). In questa logica si muovevano, sia pure con modalità di calcolo poco realistiche per difetto, i primi redditometri introdotti a decorrere dal 1992. Poi, a partire dal 2015, si è preteso di trasformare la quantificazione del reddito basata sul contenuto induttivo di singoli fatti conosciuti in una sorta di accertamento analitico di fatti di consumo difficilmente misurabili (ricorso ai valori medi o minimi stimati dall’Istat) che sono stati messi insieme alle poche manifestazioni conosciute o tendenzialmente conoscibili dall’Amministrazione (auto, imbarcazioni, residenze, incrementi patrimoniali ecc.). La sola analisi comparativa della capacità di spesa e dei patrimoni, spesso evocata, troverebbe inoltre ostacoli nella prassi diffusa di intestare i beni a società e aziende individuali. Una ricognizione analitica delle manifestazioni di spesa avrebbe il pregio di intercettare, tra l’altro, le posizioni dei soci che, privi di patrimonio, non riscuotono dividendi adeguati ai consumi. È questa tuttavia una strada difficile da percorrere quando le spese non siano analiticamente documentate né riferibili con certezza alla famiglia legale. Sorprende che un governo così sensibile alle istanze dei contribuenti abbia voluto riproporre l’idea di forfettizzare anche in base agli indici Istat i consumi, sia pure per recuperare a tassazione redditi marginali, tra contenziosi e polemiche che lasciano sullo sfondo i veri problemi.

Recupero dell’evasione e Intelligenza artificiale 

Sempre più l’evasione si concentra nelle società di capitali, generalmente a ristrettissima composizione, che occultano in misura consistente i propri redditi sia sotto il profilo dei ricavi, sia caricando nel proprio conto economico consumi privati delle persone fisiche che le possiedono (quando non anche contabilizzando costi fittizi). Naturalmente, anche quando dichiarano redditi d’impresa significativi poi distribuiscono pochissimi utili, per lo più sotto forma di compensi agli amministratori.

Quanto all’ultimo Redditometro, sembra abbastanza evidente che lo scopo fosse quello non di dare una svolta all’accertamento e scoraggiare così gli evasori, ma di indurre al nuovo “concordato preventivo” (leggi nuovo condono con evasione legalizzata) il maggior numero possibile di soggetti. In conclusione solo una profonda revisione della normativa che lasci aperta la possibilità di un pieno utilizzo delle applicazioni di Intelligenza artificiale per attingere e incrociare dati e transazioni individuali tracciate, come del resto largamente concesso da autorità e utenti ai privati gestori delle piattaforme “social” senza che nessuno evochi, in quel caso a ragione, il Grande fratello, potrà mettere in condizione l’Amministrazione dello Stato di applicare un metodo ovvio e intuitivo di accertamento fiscale come il Redditometro. Insieme all’applicazione di una funzione continua alla distribuzione delle aliquote fiscali che assicuri progressività ed equità verticale e orizzontale, calcolata su una base imponibile unificata e non più diversificata tra redditi da lavoro e da capitale, l’utilizzo della “Ia” nella tax compliance e nell’attività di accertamento potrebbe essere la soluzione per abbattere la patologica evasione fiscale di massa nel nostro Paese e normalizzare finalmente il rapporto tra finanziamento delle funzioni dello Stato, economia e contribuenti. Il dibattito è aperto.


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