Culture politiche nelle guerre (economiche) dei trent’anni: 1992-2022

da | Mag 16, 2024 | Articoli | 0 commenti

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di Laura Pennacchi,  pubblicato su L’Italia al bivio. Classi dirigenti alla prova del cambiamento 1992-2022

Condivido la tesi centrale di un ragionamento che Pierluigi Ciocca viene svolgendo da anni: nel trentennio 1992-2022 è emerso sempre più chiaramente che il problema di fondo dell’Italia è la bassa crescita dovuta a insufficienti investimenti (perfino negativi nell’ultimo periodo, al netto degli ammortamenti) e a limitata spesa in Ricerca e Sviluppo. A sua volta la dinamica degli investimenti appare connessa a: 1) un comportamento avverso al rischio della classe imprenditoriale italiana, 2) una specializzazione produttiva tradizionale non sollecitante l’innovazione, 3) un assetto dimensionale delle imprese squilibrato verso le piccole dimensioni, 4) la persistenza di un tasso medio di occupazione al di sotto di dieci punti e più del tasso medio di occupazione europea. La “renitenza” all’investimento da parte dei capitalisti era stata, del resto, fin dagli anni ’30 diagnosticata da Keynes, secondo cui il capitalismo tende sistematicamente a sottoutilizzare i fattori fondamentali della produzione, lavoro e capitale, e, a metà degli anni ’70, denunziata dallo svedese Meidner che con il suo Piano esprimeva la preoccupazione per la caduta dell’interesse dei capitalisti agli investimenti, quando ancora sarebbe stato possibile uscire dalla crisi innescata nel mondo dal primo shock petrolifero in modo diverso dalla sola compressione dei salari.

I trent’anni 1992-2022 sono stati di grandi cambiamenti a livello globale e dunque anche in Italia: basti pensare all’unlashed capitalism trascinante la globalizzazione descritto da Andrew Glyn, all’esplosione della crisi del 2007/2008, alla sua europeizzazione conseguente all’approccio dell’”austerità a tutti i costi”, alle più vicine crisi pandemica e guerra in Ucraina. Ma le tare nazionali indicate da Ciocca si sono mantenute, anzi per alcuni aspetti si sono addirittura rafforzate. In particolare, l’abbandono al loro destino della straordinaria iniziativa imprenditoriale di Adriano Olivetti e dell’elettronica italiana, la cancellazione della Cassa del Mezzogiorno e la quasi scomparsa dell’impresa pubblica (a seguito dell’affermarsi del neoliberismo e di un orientamento politico-legislativo avverso all’intervento pubblico e reclamante le privatizzazioni) sono venute a coincidere con: a) la pressocché totale scomparsa della grande impresa tout court; b) la riduzione drastica delle spese in Ricerca e Sviluppo e in particolare di quelle in ricerca di base (in precedenza effettuate soprattutto dalle grandi imprese pubbliche); c) i processi di deindustrializzazione massiccia in alcune aree (Liguria, Umbria, Marche, Sardegna, aree  che, private delle imprese pubbliche, sono proprio quelle che hanno fatto verificare la crescita più stentata) e di desertificazione dello sviluppo per quasi tutto il Sud d’Italia.  Per capire meglio, però, il significato di queste trasformazioni e di queste connessioni dobbiamo tentare di cogliere i “punti di svolta” e di scendere più nel profondo, chiedendoci se ci siano state, e quali, strategie con cui la classi politiche hanno tentato di arginare o di correggere o di invertire il decorso degli eventi e come abbiano operato certe caratteristiche storiche dello sviluppo italiano.

Per esempio, l’atteggiamento lassista verso la tassazione, politicamente endemico nella storia dell’Italia, aveva portato all’accumularsi nel tempo di un’elevata evasione fiscale e correlatamente alla formazione di un elevato debito pubblico: basti pensare al decennio ’70, in cui importanti riforme sociali (come l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale) non furono accompagnate da un parallelo aumento delle entrate, dando così luogo a un dislivello di ben dieci punti della pressione fiscale italiana in comparazione con quella dei paesi europei similari che avevano realizzato prima le riforme finanziandole, allo stesso tempo, con un adeguato aumento delle entrate. D’altro canto la tolleranza verso l’evasione, implicita nella propensione favorevole alle piccole imprese di molte forze politiche, tra cui il Togliatti di “Emilia rossa e ceti medi produttivi” – il che dimostra che l’inclinazione verso “il piccolo è bello” in cui si distinse il Censis di De Rita era molto risaliente nel tempo – aveva funzionato come volano per l’incremento oltre misura delle imprese di piccole dimensioni e della quota abnorme del lavoro autonomo sulle forze di lavoro, a tutt’oggi vicina al 30%, quando in paesi come gli Usa, la Francia, La Germania è tra il 10 e il 12%. Con il neoliberismo poi è stata strombazzata l’idea che le tasse siano un furto, un esproprio, un “mettere le mani nelle tasche dei cittadini” – parole che abbondavano non solo nel lessico di Reagan e della Thatcher, ma anche in quello di Berlusconi e di Tremonti e oggi di Meloni (autrice della definizione delle tasse “pizzo di Stato”) e di Salvini e di tutto il centrodestra –, un’idea sulla base della quale è stato legittimato moralmente chi si sente autorizzato ad evaderle. Peraltro, il duplice fondamentalismo (anti-stato e anti-tasse) proprio del neoliberismo – di destra – ha finito con il causare la pressoché totale scomparsa dalla scena pubblica di un dibattito meditato (non ideologico) sulla tassazione. In conseguenza di ciò le scelte di politica fiscale spesso non sono sembrate più appartenere alla discriminante destra/sinistra: da entrambi i lati è apparso dominante un unico slogan, diminuire le tasse, senza che venisse posto con tutta la incisività che merita il problema cruciale del limite sotto il quale la riduzione della tassazione può generare sia la devastazione dei servizi  pubblici e la crisi del welfare, sia il depotenziamento dell’operatore pubblico nell’esercizio delle sue funzioni strategiche, entrambi assai influenti nel deprimere la crescita economica complessiva.

Non per caso Tommaso Padoa Schioppa (ministro dell’economia nel secondo governo Prodi) aveva, invece, affermato che le “tasse sono una cosa bellissima” perché un “contributo al bene comune”. Egli fu “crocifisso” per quelle parole che tuttavia esprimevano lo spirito “illuministico” e “costruttivista” – più specificamente cattolico-democratico, azionista, socialista – che animò i governi di centro-sinistra dell’Ulivo. Per tale spirito e per le sue realizzazioni, ritengo che il secondo governo Prodi del 2006-2008 (di cui si sono sottolineati molto gli eccessi di “litigiosità” e poco i semi che gettava, inclusi gli anticorpi rispetto all’ondata populista e sovranista incipiente, oggi conclamata con Meloni e Salvini ma innescata e coltivata da Berlusconi) stesse realizzando cose molto positive e non meritasse affatto di essere anticipatamente fatto finire per l’ansia di misurare la forza elettorale dell’appena costituito PD. Ma considero il primo governo Prodi uno dei migliori, se non il migliore, della Repubblica e, per converso, nefasta la sua caduta – chiunque ne sia stato l’artefice più o meno nell’ombra – nell’ottobre del 1998, la quale segnò un “punto di svolta” cruciale. Quella caduta “scellerata”, infatti, non gli diede il tempo di mettere alla prova fino in fondo, e di radicare, il suo progetto riformatore, grazie al quale le cose italiane avrebbero potuto prendere tutto un altro corso. Il periodo 1994-2023 va disaggregato nei 7 anni in cui ha governato il centro sinistra e nei 12 anni in cui hanno governato governi di destra e di centro: ogni volta al termine dei governi di destra il risanamento finanziario risultava compromesso e la crescita economica più debole, mentre i governi di centrosinistra lasciarono nel 2001 la finanza pubblica in ordine e una crescita del Pil superiore al 3%. L’artefice del risanamento, anche in vista dell’ingresso nell’euro, era stato il primo governo Prodi che l’aveva condotto all’insegna dell’equità – per cui Ciampi, ministro del Tesoro, istituì per la prima volta una “delega” specifica –, al contempo aprendo molti sentieri di trasformazione nella sanità, nella scuola, nei beni pubblici, negli assetti di governance delle imprese, ecc. Al contrario, a fronte di un ingresso nell’euro consentito anche dall’Eurotassa (poi restituita al 60%) e dell’imponente lotta all’evasione fiscale condotta dall’impavido ministro ulivista Vincenzo Visco, il secondo governo Berlusconi esordì nel 2001 con l’abolizione dell’imposta di successione e donazione e del reato di falso in bilancio.

Il campo in cui l’Ulivo ha dato luogo ai risultati più controversi rimane, per me, quello delle privatizzazioni. Dopo di esse il panorama dell’assetto produttivo e industriale italiano appare talmente deteriorato che Roberto Artoni e Pierluigi Ciocca, curatori di una straordinaria ricerca sulla storia dell’IRI, hanno discusso apertamente della desiderabilità della sua ricostituzione. Nella parte di questa indagine dedicata alla ricerca scientifica e tecnologica Antonelli, Barbiellini Amidei e Cassio hanno documentato che addirittura due terzi dello spettacolare incremento della TFP (total factor productivity) italiana – che pose l’Italia in cima alle classifiche internazionali –  realizzatosi nei primi cinquanta anni del dopoguerra, si deve al contributo dell’IRI, così come si deve alla sua scomparsa, a seguito delle privatizzazioni della seconda metà degli anni ’90, il crollo negli indicatori italiani di crescita e di produttività. Più complessivamente Florio ha argomentato quanto fosse infondata la convinzione che le privatizzazioni “avrebbero risvegliato capacità innovative soffocate nelle imprese pubbliche”, essendo spesso vero il contrario. “Ad esempio, gli ingredienti del passaggio dall’analogico al digitale nella commutazione della telefonia fissa, e la tecnologia relativa alla telefonia mobile erano già stati adottati dalle imprese pubbliche di telecomunicazioni molto prima della stagione delle privatizzazioni”

Anche qui bisogna, però, distinguere. Prodi – che era stato l’unico a tentare di rilanciare davvero e di salvare l’IRI – giungeva come premier all’approdo delle privatizzazioni sperando che da esse potessero nascere “nuove imprese con un azionariato estremamente diffuso”, avendo ben chiara la debolezza storica del capitalismo italiano fatto di “grandi famiglie” che, alla fine, “hanno venduto quasi tutte le loro imprese”. Successivamente constatò “come quel processo abbia preso direzioni ben diverse” e sia andato disperso il potente nucleo di intelligenze e di competenze racchiuso in “dirigenti e operatori di alto livello” che, quando “dotati di autonomia e capacità di decisione hanno ottenuto risultati difficilmente immaginabili” , tra l’altro con retribuzioni molto più ragionevoli di quelle che prevalgono oggi, basti dire che l’amministratore delegato dell’Eni nel 1991 aveva una retribuzione pari all’equivalente di 300.000 euro l’anno, 6/7 volte quella di un funzionario, mentre, dopo la privatizzazione, ha una retribuzione pari a 4 milioni di lire l’anno, 83 volte rispetto ai funzionari. Diversamente da Mario Draghi (allora responsabile della Direzione Generale del Tesoro) animato da una forte ideologia tecnocratica, Ciampi aveva considerato le privatizzazioni con oculato pragmatismo e cioè soprattutto come mezzo per contribuire al risanamento del bilancio pubblico senza ricorrere a tagli draconiani alla spesa sociale – che infatti non ci furono e, anzi, ci fu l’istituzione della “Commissione Onofri” per la riforma del welfare, rimasta inattuata – e per ridurre i tassi d’interesse, che infatti caddero dal 12 al 5% con una liberazione dal bilancio dello stato di più di 50.000 miliardi delle vecchie lire che avrebbero dovuto operare, dopo il preteso (dalle imprese e dalla Confindustria) lungo crowding out (spiazzamento) del debito, come crowding in degli investimenti, di cui le imprese non  approfittarono per nulla. Ancora diverso fu l’atteggiamento verso le privatizzazioni del governo D’Alema, di cui la manifestazione più eclatante fu la vicenda dei capitani coraggiosi connessa al caso Telecom, durante la quale il governo rinunciò ad esercitare i poteri di veto in difesa dell’interesse nazionale e aprì la strada all’Opa della cordata guidata da Roberto Colannino che, però, avvenne “a debito” (100.000 miliardi di valutazione dell’azienda) e addossando tutti i costi alla stessa Telecom, affossando “una delle poche società di grandi dimensioni con potenziale tecnologico innovativo” che, senza quell’enorme debito sul collo, avrebbe potuto effettuare i massicci investimenti richiesti dall’adozione delle nuove tecnologie Ict trasferendone le “esternalità” alle piccole e medie imprese sfidate da un grande bisogno di ristrutturazione. L’operazione si rivelò “una speculazione finanziaria di breve termine”: Emilio Gnutti (componente bresciano della cordata che sorreggeva Colannino) vendette presto le azioni Telecom a Tronchetti Provera e lo stesso Colannino, dopo rocambolesche vicissitudini, uscì alla fine dall’operazione “abbattuto nell’animo ma ricco nel portafogli (più di 350 milioni in tasca)”.

È importante mettere a fuoco le diverse culture politiche che stanno dietro questi diversi comportamenti, soprattutto per quel che riguarda il ruolo dello Stato in economia e i suoi strumenti. Prodi era forte della sua vicinanza alla sinistra democristiana di ispirazione dossettiana e della sua formazione di economista partecipe delle grandi vicende democratiche globali originate dal “compromesso keynesiano” e, al tempo stesso, esperto di un’economia industriale che lo rendeva molto attento alla realtà nelle sue pluralità e nelle sue sfaccettature. In Ciampi operava uno spirito “azionista” – sintetizzabile nel “dare compiutezza di significato e contenuto alla parola democrazia per inverare, attraverso riforme dell’economia e degli istituti che la governano, principi di eguaglianza” – sempre pronto a riemergere. Così accadde nell’agosto del 1997 quando, all’indomani della ammissione dell’Italia nell’Euro – che sarebbe entrato in vigore il primo gennaio del 2000 – lanciò, in una intervista al “Corriere della sera”, il messaggio dell’urgenza di una “nuova programmazione” al fine di non disperdere e anzi di indirizzare verso la crescita e lo sviluppo il rigore adottato per l’ammissione nell’Euro. Ma quel messaggio non fu accolto, fu, anzi, irriso da molti, stranamente anche a sinistra. La verità è che a sinistra, specie per quella di origine comunista, alla prova del governo venivano emergendo limiti culturali di fondo, ambivalenze strutturali che avevano la loro lontana radice nell’antica avversione al “capitalismo monopolistico di Stato” e che – alimentata da anni di nefasta teorizzazione della superiorità delle pratiche di governance su quelle di government, esplicitamente indicate, e auspicate, come metodi di “amministrativizzazione” mediante “depoliticizzazione” – spingeva alla mancata considerazione del ruolo strategicamente “innovatore” che può svolgere lo Stato.

È pur vero che un “deficit cognitivo” aveva da sempre caratterizzato vari esponenti delle classi dirigenti italiane: basti ricordare che Cavour, all’atto dell’unità d’Italia nel 1961, non era mai stato a sud di Firenze, quindi conosceva ben poco dell’Italia. Ma nel Pci l’amalgama meno produttivo era stato quello tra una fascinazione totalizzante dell’”autonomia del politico” – di cui Bruno Trentin criticò il decisionismo schmttiano e la visione della classe operaia come “rude razza pagana capace di chiedere e mai di proporre” (p 135) – e una visione dei processi economici basata sull’esaltazione della concorrenza e l’indifferenza o l’ostilità agli apparati statali e alle imprese pubbliche, frutto della persistenza della matrice veteromarxista e terzinternazionalista, a vocazione antimonopolistica e critica del “capitalismo monopolistico di Stato” . Da un lato, storicamente la cultura del vecchio PCI era stata molto influenzata non dal liberalismo sociale ma dal liberalismo di Labriola, Croce, Einaudi, un liberalismo che si saldava con residui terzinternazionalisti “classisti” e “crollisti” poco atti a far cogliere il dinamismo e le trasformazioni, anche sul piano simbolico e valoriale, basti pensare alle reazioni di fronte al ’68 e al femminismo. Tanto è vero che, nella sinistra comunista, le prime impostazioni innovative – con significativi germogli di quel keynesismo introdotto in Italia da Fanfani – si colgono nella CGIL, prima con il Piano del Lavoro del 1949 di Di Vittorio, Foa, Trentin (frutto della collaborazione con gli economisti più innovativi del tempo – Breglia, Steve, Fuà, Sylos Labini, ecc. – ma che era stato accolto con una paradossale convergenza tra l’ostilità di De Gasperi e della DC di centrodestra e la freddezza di Togliatti e del PCI, con la sua singolare inclinazione “liberal-einaudiana”) e poi con l’elaborazione sul neocapitalismo degli anni ’60 e quella successiva. Da un altro lato, in termini di cultura politica generale, per gli eredi del PCI il persistente riferimento al “finalismo rivoluzionario” aveva finito con l’esentare da quella ricostruzione analitica accurata che la articolazione di un quadro autenticamente riformatore richiede, in particolare per quanto riguarda una “teoria dello Stato e delle istituzioni” di cui i comunisti – con le eccezioni di Ingrao e Tortorella – furono carenti (nell’inconscio operava il pregiudizio secondo cui “lo Stato borghese si abbatte e non si cambia”). Ciò non aveva impedito il proseguimento della straordinaria opera riformista nelle regioni rosse, ma non era stato senza relazione con l’intreccio con quello che fu definito il consociativismo (un consociativismo che per lungo tempo aveva reso possibile la coesistenza del “finalismo rivoluzionario” sul piano teorico e di pratiche compromissorie sul piano fattuale). Così anche l’agitazione della “questione morale” da parte di Enrico Berlinguer non era stata ben fondata ed aveva avuto scarsa presa. E così l’ondata neoliberista che arrivò anche in Italia dalla metà degli anni ’80 – e che oggi si combina in modo spurio con i populismi – non trovò molti argini lungo il proprio cammino nemmeno nel PCI, i cui eredi affrontarono inermi le flessibilizzazioni del mercato del lavoro, la “riduzione del perimetro pubblico”, le liberalizzazioni e le privatizzazioni.

Pertanto, non è per caso che, agli inizi degli anni ’60, gli esponenti del PCI fossero rimasti estranei ai tentativi di programmazione – straordinari anche sotto il profilo dell’investimento culturale, se riguardati con la consapevolezza dei problemi e dei ritardi odierni – messi in atto con il primo centrosinistra e veicolati da Ugo La Malfa, Giolitti, Ruffolo, Lombardi. Qui c’è un nodo cruciale dove passa un altro decisivo “punto di svolta”. La Nota aggiuntiva di La Malfa del 1962 (a cui avevano collaborato Francesco Forte, Antonio Giolitti, Claudio Napoleoni, Sergio Steve) aveva indicato i seri squilibri strutturali che erano venuti accumulandosi sull’Italia a partire dal tumultuoso processo di crescita economica intrapreso all’uscita dalla seconda guerra mondiale. La “ricostruzione” postbellica – afferma la Nota – non era di fronte a un destino ineluttabile, naturalisticamente determinato (e fin dall’inizio si avverte l’adesione a una visione della disciplina economica non come “scienza della natura”, propria del paradigma neoclassico, ma come “scienza morale e sociale”, propria del paradigma keynesiano e hirschmaniano). Erano possibili almeno due scelte, accumunate dall’essere entrambe agli antipodi delle politiche autarchiche imposte nel ventennio fascista ma alternative nell’impostazione di fondo. Infatti, l’una – quella che venne effettivamente adottata – individuava l’elemento fondamentale del processo di sviluppo in “un mercato sostanzialmente libero” su cui l’azione pubblica influisse assai “limitatamente”, contando sul fatto che l’affidamento “alle scelte del mercato”, cioè alle decisioni dei singoli agenti privati, trovasse “il termine di più immediato di riferimento” non nella dinamica degli investimenti ma nello “sviluppo dei consumi”, vale a dire quella componente “legata a prospettive a più breve termine” in grado di sollecitare “convenienze più immediatamente percepibili dagli operatori economici” (pp. 35-36). La linea d’azione alternativa avrebbe dovuto e potuto identificare ex ante “le direzioni dello sviluppo del reddito e dell’occupazione” in base alle quali generare “un’ampia domanda di beni capitali” – domanda “il cui sorgere e la cui continuità non potevano essere spontaneamente garantiti dal mercato” – che assicurasse un’evoluzione armonica ed equilibrata dell’intero Paese e al tempo stesso un diverso e “nuovo ordine di convenienze” agli operatori privati, “attraverso profondi processi di trasformazione produttiva nell’agricoltura e una rapida industrializzazione delle zone arretrate”, cosa che “poteva configurarsi solo nell’ambito di una programmazione”.

Questa interpretazione non è condivisa da Ciocca, e da vari altri studiosi, che ritengono che a quell’epoca non ci fosse per l’Italia altra strada possibile. Eppure che le scelte non fossero obbligate è testimoniato anche da altre fonti: per esempio, Pasquale Saraceno, nell’intervista del 1977 a Lucio Villari, ricorda che la ricostruzione era stata avviata “all’insegna di una liberalizzazione di un’ampiezza senza riscontro altrove” (p. 71) – sotto l’egida di una concezione secondo cui l’azione pubblica non dovesse espandersi ma ridursi, da cui derivò anche l’opposizione all’imposta patrimoniale straordinaria –  la quale costrinse alla stretta creditizia di metà degli anni ’40 (sostenuta dalla singolare alleanza tra il liberale Epicarmo Corbino e il comunista Palmiro Togliatti), aggravò nell’immediato il dualismo Nord-Sud  e spinse ad accrescere le nostre riserve valutarie per importi eccessivi sterilizzando in questo modo anche una quota degli aiuti americani in realtà destinati allo sviluppo.  E del resto è impressionante la disamina degli squilibri accumulati dal prevalere della linea “mercatistica” su quella “programmatoria” che la Nota fa agli inizi degli anni ’60.  Sulla lucidità analitica e la capacità profetica di tale disamina è utile ritornare perché essa offre elementi fondamentali per valutare la situazione presente:

1) L’accento posto nella fase successiva alla fine della seconda guerra mondiale su una accelerata liberalizzazione degli scambi con l’estero e su un recupero forzato di condizioni di competitività ha spinto il sistema economico nazionale verso le esportazioni, creando uno squilibrio tra domanda interna e domanda estera. Gravitare oltre misura sulle esportazioni, oltre ad esporre in modo eccessivo “alle vicende della congiuntura internazionale” (p. 83), spinge la nostra industria manifatturiera “lungo la linea del potenziamento delle strutture esistenti … con un impiego proporzionalmente minore di capitale” e un’accentuazione della “localizzazione dello sviluppo produttivo nei distretti già industrializzati e nelle zone ad essi contigue” (p. 61).

2) Per fornire mano d’opera a basso costo alle imprese del Nord ingaggiate in una corsa spasmodica verso esportazioni caratterizzate da una competitività prevalentemente “di prezzo”, sono avvenuti enormi trasferimenti di popolazione e di forze di lavoro dalle regioni meridionali meno sviluppate che hanno congestionato il Nord e provocato al Sud “il diffondersi di situazioni di abbandono e di regresso senza speranza e un generale deterioramento dell’assetto territoriale”,

3) L’avanzamento economico e il raggiungimento di più elevati livelli di reddito e di consumi “lasciano scoperta … un’ampia serie di bisogni” la cui importanza emerge più chiaramente se si considerano “i fini che oggi si pongono alla politica economica”, i quali hanno carattere “qualitativo e non solo quantitativo”. C’è anche un compito educativo e pedagogico a cui la politica non può sottrarsi, quando si osserva che, per esempio per far adempiere l’obbligo scolastico, occorre “vincere resistenze ambientali e atteggiamenti ostili degli stessi interessati” e modificare “la scarsa propensione delle famiglie alle spese per l’istruzione” (p. 87), accentuata da una “struttura delle remunerazioni e degli incentivi … che favoriscono la spinta verso guadagni rapidi” (e anche qui la mente non può non andare al presente, a quelle lande leghiste del Nord dove un guadagno che consenta l’acquisto di una motocicletta potente è tuttora preferito al conseguimento del diploma).

4) La stimolazione incessante dei consumi individuali privati da una parte induce un’abnorme espansione anche dei consumi opulenti e della finanza speculativa, dall’altra spinge “ceti sempre più vasti … ad adottare abitudini di vita proprie di una società ad alti redditi, in una situazione in cui una parte rilevante della popolazione è ancora ai margini del processo produttivo” (p. 68). I risultati sono da un lato la precoce destinazione di una parte dell’aumento del reddito “a consumi sempre meno necessari e ad investimenti speculativi o poco produttivi”, dall’altro lo stentato e limitato veicolamento di risorse verso i consumi collettivi e i beni pubblici, quali la sanità e l’istruzione. L’osservazione dello stato dell’istruzione, ad esempio, mostra mali seri (su cui presto don Milani avrebbe scritto “Lettera a una professoressa”): “non tutti i giovani adempiono all’obbligo scolastico”(p.69), la percentuale di coloro che conseguono la licenza elementare è appena il 40%, il numero dei laureati è basso e statico (tra 20.000 e 21000 nel periodo 1954-1960), mentre situazioni “di sovraffollamento e di assenteismo” caratterizzano la vita universitaria e la ricerca scientifica langue per insufficienza di risorse e mancanza di un “organo politico” (p. 70) incisivo nel coordinare e orientare le risorse stesse.

Dovremmo tener maggiormente conto del fatto che di lì a poco le prime grandi lotte sindacali alla vigilia della stretta creditizia del 1962, l’esplosione dei movimenti studenteschi e giovanili del ’68, l’”autunno caldo” del ’69 avrebbero dimostrato quanto fosse antiveggente la denunzia – in cui sembra di poter cogliere echi adorniani e marcusiani – dei mali dell’istruzione e dell’Università, del consumismo irrazionale, della mercatizzazione esasperata, dell’abbandono delle aree sottosviluppate, della trascuratezza verso i beni pubblici. Ma l’antiveggenza vale anche per l’oggi. È difficile sopravvalutare il carattere “profetico” delle idee e del lessico della Nota: “direzione” dello sviluppo e dell’innovazione sono parole che usa Anthony Atkinson nel suo ultimo libro, le distorsioni insite negli investimenti speculativi e nell’accumulo di “bolle” comprese quelle immobiliari e tecnologiche sono deflagrate nella crisi del 2007/2008, l’irrazionalità di un consumo drogato al solo scopo di alimentare nuove fonti di profitto è palesata dalla crisi ecologica e ambientale, la fragilità di modelli di sviluppo troppo concentrati sulla domanda estera e sulle esportazioni e poco sulla domanda interna è manifestata dai vuoti nelle catene di offerta provocati dalla pandemia da Covid 19 e dalla guerra in Ucraina.

Oggi possiamo meglio valutare anche il peso che ha avuto nel condizionare la crescita, quantitativamente e qualitativamente, il basso tasso medio di occupazione italiana. Anche qui il ragionamento va invertito: non c’è solo una relazione che dalla crescita va all’occupazione, ce ne è una che dall’occupazione va alla crescita, in termini sia quantitativi che qualitativi, se è vero quanto gli economisti ci insegnano e cioè che la crescita è il frutto della somma dell’azione di due fattori, tasso di occupazione e tasso di produttività, e pertanto che non può esserci più crescita se non c’è più occupazione. Da questo punto di vista il vero handicap per la crescita italiana appare, ancor più del declino della produttività, il basso tasso medio di occupazione complessiva, femminile e maschile, interamente dovuto, però, all’incredibilmente bassa occupazione femminile (perché il tasso medio di occupazione maschile risulta abbastanza in linea con gli standard europei). Come possiamo pensare che la crescita aumenti se non cresce uno dei suoi fattori fondamentali, il tasso di occupazione? E come possiamo pensare di cambiarne qualità e natura se non attiviamo le forze del cambiamento, oggi giovani e donne condannati, viceversa, alla marginalità?

L’attivazione, però, delle energie neglette può avvenire soltanto se si opera una “rivoluzione concettuale e intellettuale” e ci si muove entro un quadro di programmazione e di piano, come era nelle indicazioni della Nota aggiuntiva del 1962 e come fu tentato con la legge sull’occupazione giovanile del 1977 promossa da Tina Anselmi. Del resto, non hanno scalfito la critica situazione occupazionale italiana – con un tasso di occupazione medio a poco più del 59% (la media UE è al 67%), un part time involontario (prevalentemente femminile) al 66%, contratti a tempo determinato dilaganti (il 40% dei quali di una durata di soli 30 giorni) – né trent’anni di politiche di “occupabilità” (di fatto una versione delle politiche dell’offerta di ispirazione liberista applicate al lavoro), né la marea di liquidità creata dalle Banche centrali di tutto il mondo a partire dalla crisi del 2007/2008 (che non ha preso la via di più investimenti, anzi crollati, e di più occupazione, ma piuttosto quella di più speculazione e più finanziarizzazione), né i tantissimi provvedimenti emergenziali degli ultimi tempi, prevalentemente costituiti da misure indirette e da trasferimenti monetari (come le decontribuzioni, i bonus, gli incentivi fiscali), con un modestissimo moltiplicatore sul Pil. È il caso, dunque, di ritornare al Keynes che aveva individuato i limiti fondamentali del capitalismo nell’incapacità di dare vita spontaneamente al pieno impiego e nella diseguale distribuzione del reddito e della ricchezza, fenomeni per lui strettamente congiunti.

L’influenza che lo Stato deve esercitare sulla propensione a consumare e sull’investimento privato – argomentava Keynes – non sarà sufficiente a contrastare una tendenza al ristagno endemica al capitalismo: ad essa si può rimediare soltanto con una “socializzazione dell’investimento” di natura pubblica, spinta fino a ripristinare il pieno utilizzo di capitale e lavoro, realizzato il quale gli interessi privati possono tornare ad essere considerati in grado di guidare l’allocazione ottimale delle risorse. Minsky – tra i più geniali seguaci di Keynes  – era più radicale, era rimasto irreversibilmente segnato dalla rivoluzionaria esperienza del New Deal, coglieva un limite più profondo e più persistente del processo di investimento capitalistico, che collegava all’assetto della finanza e all’”instabilità strutturale” del capitalismo, e estendeva la socializzazione dall’investimento alla banca e all’occupazione reclamando lo Stato come employer of last resort, atto a dare vita a iniziative di “lavoro garantito”. In effetti, il compito oggi investe, oltre il sostegno generico della domanda, la ridefinizione della “composizione della produzione”, il “come”, il “cosa”, il “per “chi” produrre, come si è cominciato a fare con l’adozione da parte dell’Unione Europea del rivoluzionario Next Generation EU. Solo così ci si può rivolgere a un amplissimo spettro di soggetti sociali: gli ultimi, i negletti, i disoccupati, i dequalificati, ma anche i soggetti maggiormente istruiti e qualificati, i “ceti medi”, i quali – reduci da anni di frustrazioni e di misconoscimento indotti dai processi di globalizzazione, delocalizzazione, trasformazione tecnologica – dovrebbero essere posti nelle condizioni di esercitare in modo adeguato la loro funzione di “cuore della democrazia”. E solo così l’analisi delle conseguenze delle diseguaglianze – oggi troppo concentrata sugli aspetti redistributivi e, pertanto, alla fine solo sulla povertà – può essere ricondotta ai suoi termini “primari/strutturali”, i quali dalla fine degli anni ’70 hanno visto un enorme cambiamento delle quote del valore aggiunto con uno spostamento fino a 20 punti dalla quota che va al lavoro a quella che va al capitale (in grado di appropriarsi di tutti gli incrementi di produttività), per il quale è stata determinante, secondo la ricostruzione di Anthony Atkinson e di Angus Deaton, l’affermazione di una disoccupazione crescente insufficientemente contrastata dai governi (a differenza di quanto era avvenuto nei “trenta gloriosi”).

Per tutte queste ragioni oggi all’ordine del giorno c’è l’assunzione di una “progettualità” grandiosa ben al di là del rispetto dei principi della competitività e della concorrenza (attenendosi strettamente ai quali l’Europa non avrebbe mai lanciato il Progetto Galileo), una progettualità veicolabile solo da un operatore pubblico a scala europea, sulle tracce autentiche del New Deal di Roosevelt. Tale progettualità, centrata sul lavoro e finalizzata all’ideazione di un “nuovo modello di sviluppo” per vincere la sfida ambientale, quella tecnologica, quella sociale, non può limitarsi a ricorrere a misure incentivanti volte a stimolare indirettamente la generazione di lavoro (come incentivi fiscali, decontribuzioni, bonus, trasferimenti monetari, a cui appartiene anche il “reddito di cittadinanza”), ma richiede azioni di “creazione diretta” di lavoro, veri e propri “Piani del lavoro”, analoghi al Piano del 1949, congiunti a “Strategie di rilancio industriale e sociale”, mediante un insieme articolato di progetti, promossi dall’operatore pubblico. Le parole chiave debbono essere rigenerazione, rinnovamento, trasformazione. L’ambizione deve aspirare ad incidere profondamente sullo status quo e a modificare radicalmente il modello di sviluppo.


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