Verso le elezioni amministrative: tutto a posto nella sinistra emiliana?

da | Apr 3, 2024 | Altro | 0 commenti

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Verso le elezioni amministrative: tutto a posto nella sinistra emiliana?

Alberto Rinaldi e Giovanni Solinas – Università di Modena e Reggio Emilia

Introduzione

Nei prossimi mesi una parte importante degli elettori dell’Emilia-Romagna (ER) verrà chiamata al voto. A sinistra l’incertezza è quasi palpabile. Seconda solo alla difficoltà ad affrontare problemi divenuti oramai annosi, a comunicare e creare orientamenti condivisi. Quella che segue non vuol essere una “nota” di programma, che certamente non spetta a chi scrive.

Ci limitiamo, semplicemente, a porre l’accento su alcuni temi che riteniamo oggi siano di rilievo e richiedano una riflessione approfondita.

Il contesto

Pur con le sue peculiarità, L’ER ha condiviso il sentiero di crescita delle regioni italiane più industrializzate essendo parte attiva delle fasi di sviluppo e condividendone, con modalità molto simili, le fasi di crisi, incluse la crisi economico-finanziaria (2008-13) e la più recente crisi pandemica (2020). L’ER si è dimostrata una economia resiliente e con importanti potenzialità di sviluppo. Negli ultimi tre decenni, ha registrato il più elevato aumento del PIL tra le principali regioni industriali italiane, con un tasso di disoccupazione tra i più bassi. Al tempo stesso, l’economia della regione è stata attraversata da importanti cambiamenti strutturali: il cambiamento nella specializzazione settoriale, con il declino dei settori low-tech (tessile-abbigliamento, calzaturiero, legno e mobilio) e la crescita dei settori medium e high-tech (meccanica, meccatronica, chimica, biomedicale), la nascita e affermazione di imprese leader distrettuali, fortemente votate all’internazionalizzazione e l’arrivo delle imprese multinazionali. in questo quadro di profonda trasformazione, la qualità dell’offerta dei servizi pubblici locali, è rimasta di buon livello.

Non è questa la sede nella quale soffermarsi sulle due transizioni che segneranno i prossimi decenni: la transizione digitale e la transizione ecologica. Entrambe richiedono analisi specifiche e livelli di approfondimento sull’economia locale che vanno oltre i limiti di questo documento. Ai fini del ragionamento che qui si propone sono sufficienti poche osservazioni.

L’evidenza disponibile a livello italiano e a livello regionale mostra che la digitalizzazione non ha fatto perdere competitività ai sistemi produttivi locali. E non ha portato ad una diminuzione dei posti di lavoro (al contrario, ad esempio, che in Germania). I sistemi produttivi locali che hanno investito di più in digitalizzazione hanno incrementato produttività e capacità competitiva preservando i livelli di occupazione. E, tuttavia, come nelle altre aree avanzate del paese, il processo di digitalizzazione, è lungi dall’esser concluso e dall’aver pienamente esplicato i suoi effetti sia positivi sia negativi sulla organizzazione della vita quotidiana e del lavoro.

Il secondo aspetto che emerge con chiarezza da tutte le ricerche disponibili a livello regionale è che la consapevolezza digitale delle imprese appare ancora insufficiente: molte di esse non adottano le tecnologie abilitanti (KET- key enabling technologies) e, quando le adottano, in molti casi non fanno una formazione congruente. All’investimento non corrisponde la formazione adeguata dei lavoratori. In questo senso, il pieno controllo dei flussi informativi, che dovrebbe essere l’obiettivo di tutti i programmi del tipo Industria 4.0, non è alle viste. Considerazioni analoghe valgono per i servizi e la pubblica amministrazione, dove alla digitalizzazione di alcuni processi e di alcuni servizi non corrisponde una gestione amministrativa più snella e gli aspetti immateriali spesso si sovrappongono a procedure organizzate in modo tradizionale.

La transizione ecologica (dalla decarbonizzazione, al riuso, all’abbandono dei fossili) non ha semplicemente alternative. Certo è un passaggio enormemente difficile. La transizione ecologica, ancor più della transizione digitale, è un processo trasversale che riguarda un numero straordinariamente ampio di tecnologie utilizzate in settori industriali molto diversi: si estende ad ampio raggio dalle imprese alle famiglie, coinvolgendo tanto l’organizzazione dei processi produttivi che i comportamenti individuali. Il punto di fondo è che, pur esistendo buone norme, si è lontanissimi dalla traduzione in codici di comportamenti collettivi e individuali di molti degli aspetti che determineranno “la transizione”. Si è ancora ad uno stadio per molti versi preliminare nel quale le buone prassi si mescolano a fenomeni estesi di green washing. A rendere il quadro ancor più confuso è la totale assenza dal dibattito pubblico di una valutazione sistematica sull’impronta ecologica di qualunque scelta “green”

Le amministrazioni locali dovranno compiere e/o portare a termine molte scelte. Nei principali comuni, per citare soltanto alcuni aspetti, si dovrà dare attuazione in chiave di sostenibilità al piano urbano e al piano della mobilità, affrontando questioni centrali quali il traffico urbano, le zone 30, i problemi non risolti del commuting con le aree extraurbane, le stesse questioni che si sono aperte (e non sono risolte) con le nuove modalità di raccolta differenziata dei rifiuti. In questo senso, la transizione ecologica, ancor più della transizione digitale, sarà un terreno centrale e assai impegnativo su cui le nuove amministrazioni dovranno confrontarsi.

Ma molte questioni centrali per le scelte a livello locale dipenderanno dalla definizione di un quadro normativo a livello più alto. A quali auto consentire la circolazione, quanta auto elettrica, quali interventi di efficientamento energetico sugli edifici, quanto scommettere sull’idrogeno dipendono da un quadro normativo di livello superiore.

Avendo a mente che queste questioni, in tempi assai brevi, coinvolgeranno amministratori e amministrati, appare opportuno richiamare l’attenzione su due temi che staranno sullo sfondo di molte azioni che le nuove amministrazioni dovranno intraprendere: la demografia della popolazione e la demografia delle imprese.

La demografia della popolazione

L’ER è un territorio attrattivo, ma con una popolazione sempre più anziana e in contrazione (in riferimento alle nascite-morti, ovvero al saldo naturale), con classi di età giovanili che perdono peso anche in termini assoluti. Queste tendenze, in atto ormai da svariati decenni, pongono forse i problemi strutturali più importanti che le amministrazioni future si troveranno ad affrontare.

Una popolazione che si contrae, ma con una piramide della popolazione “proporzionata”, può non costituire un problema particolare. L’invecchiamento in sé è ovviamente un dato positivo, ma una popolazione che invecchia e perde giovani crea problemi in tutti gli ambiti della vita economica e sociale: cambia la struttura e il livello dei consumi, cambia la domanda di servizi privati e pubblici, aumentano i bisogni socio-sanitari, i modelli di cura tradizionali, basati sul sostegno familiare diventano sempre meno sostenibili, lo stesso patrimonio immobiliare appare ad un tempo sottoutilizzato e inadeguato, sollecitando nuove forme residenziali, nuove forme di uso della proprietà a garanzia della assistenza sociale e privata, e così via.

Dal punto di vista del sistema produttivo le tensioni diventano altrettanto marcate: si creano strozzature dal lato dell’offerta di lavoro rispetto ai fabbisogni delle imprese, diminuisce la propensione al rischio di impresa e all’imprenditorialità, diminuisce la propensione all’innovazione. Una società che perde i giovani perde anche capacità e potenzialità di crescita.

L’altra faccia della medaglia è nota. Un territorio ancora attrattivo ma con un “buco” nella popolazione diviene un riferimento naturale per le aree in cui la popolazione cresce di più e si sta peggio. È, in altre parole, un attrattore di flussi migratori in entrata importanti.

Per un verso, questo complica la gestione della città: flussi non programmati e non governati mettono in crisi i sistemi di accoglienza, creano problemi di sicurezza, generano conflitti di ogni sorta con i cittadini “autoctoni” e con gli immigrati da più lunga data.

Ma, per altro verso, l’immigrazione è anche l’unica soluzione possibile dei problemi strutturali appena ricordati. A una condizione: che si trovino modi e vie per programmare e gestire reti attraverso le quali concordare gli ingressi. L’esperienza di altri paesi (e, a ben pensare anche qualcuna locale) è ricca di esempi sui modi che possano consentire l’ingresso di lavoratori stranieri, la loro formazione a misura della domanda delle imprese, e la loro stabilizzazione. La gestione di queste reti richiede il coinvolgimento di una molteplicità di attori e di soggetti sociali che si facciano garanti della correttezza del processo (contro le forme più varie di caporalato e l’infiltrazione di malavita più o meno organizzata). È difficile, ma non impossibile: richiede forse la creazione di nuove figure e nuove competenze (al di là dei mediatori culturali e delle figure di assistenti sociali attuali). E richiede, soprattutto, la convinzione per una battaglia politica molto difficile, che passa per il superamento immediato della legge vigente (Bossi-Fini), la quale non consente alcuna ingegneria volta alla costruzione di forme di immigrazione regolari.

L’atteggiamento nei confronti delle migrazioni è una delle questioni che maggiormente dividono destra e sinistra in Europa. E che, trasversalmente, spaccano in molti luoghi anche l’elettorato di sinistra. Ma è importante comprendere che la demarcazione non passa soltanto per linee ideologiche, o da preoccupazioni che riguardano la sicurezza nelle città: dall’incremento dell’immigrazione legale dipende anche il benessere collettivo. Il recente e l’agile volumetto del Rettore della Bocconi, Francesco Billari, aiuta a comprendere le diverse sfaccettature della demografia e della gestione dei flussi migratori.

La demografia delle imprese

Vi è una seconda popolazione – la popolazione delle imprese – che in questi anni ha avuto dinamiche sulle quali si è riflettuto (e indagato) troppo poco.

Per comprenderli è necessario guardare ai sistemi produttivi locali e ai distretti industriali su cui è imperniata l’economia emiliana.

Secondo i dati forniti dai Registri camerali, il numero delle imprese nei sistemi locali (e in particolare il numero delle imprese piccolissime), a partire dalla crisi del 2008-2013, si contrae in misura rilevante: in molti settori si sfiorano valori prossimi all’8%.

Nella città, la scomparsa di artigiani e degli esercizi commerciali di prossimità tradizionali è in atto da molti anni, spazzati via, almeno questi ultimi, dai centri commerciali e, più in generale, dalla grande distribuzione.

Nella manifattura, la riduzione del numero delle imprese appare fortemente legata alla ristrutturazione in atto nella subfornitura. Negli ultimi anni e, certamente, a partire dalla crisi economico-finanziaria del 2008-2013, è aumentata l’integrazione verticale delle imprese maggiori, è aumentata (almeno sino alla crisi pandemica del 2020) la lunghezza delle catene del valore e, al tempo stesso, i terzisti hanno meno margini di contrattazione sul prezzo, maggiore dipendenza da singoli committenti, condizioni di consegna molto più stringenti. In tutta l’Emilia centrale – e non solo – si è avuta una evoluzione verso un apparato produttivo che si specializza sempre più nelle fasi a monte (R&S, design, progettazione, prototipizzazione) e a valle (assemblaggio, marketing, distribuzione) della catena del valore. Le multinazionali italiane tipicamente aumentano il livello di integrazione verticale (portando all’interno degli impianti, in tutto o in parte lavorazioni esternalizzate). Le multinazionali a controllo estero, più di frequente, esternalizzano la manifattura in altri territori. Entrambi i processi rendono più difficili le condizioni operative delle piccole imprese locali di subfornitura. L’elemento di fondo è, anche in questo caso, l’interazione di un soggetto economico divenuto importante – le multinazionali erano poche decine qualche decennio fa e ora sono centinaia – con gli altri soggetti economici. Una multinazionale è “buona” o “cattiva” non in sé, ma a seconda del legame che stabilisce con il territorio e la comunità in cui opera.

Il punto di vista dominante nel guardare a questi fenomeni è stato una forma di darwinismo sociale: il prezzo pagato al progresso è la scomparsa dei meno adatti a favore di forme di organizzazione economica più evolute ed efficienti. Forme che, talora, possono perfino rivelarsi vantaggiose in termini di prezzo dei beni. In questa lettura non vi è alcuna distinzione tra amministrazione regionale e amministrazioni locali.

E, tuttavia, questo punto di vista tende a ignorare i costi sociali associati a queste trasformazioni.

L’aumento della disuguaglianza ha origini complesse che riguardano trasformazioni profonde della società di natura tecnologica e non (ad es., il ruolo crescente delle piattaforme digitali e dei GAFA – Google, Amazon, Facebook, Apple). Ma è difficile pensare che i processi sopra descritti non abbiano operato e non operino in tale direzione.

Nel particolare, vi sono certamente effetti non desiderati sull’economia locale. La moria delle piccole imprese può creare buchi in quella che talora si è definita la matrice delle competenze presenti sul territorio: non poche cose che molti sapevano fare benissimo non si sa più a chi farle fare. E questo vale tanto per le famiglie che per le imprese. Avremo un numero crescente di operatori capaci di usare macchine automatiche e semiautomatiche e di controllarle con tablet: ma sempre meno figure capaci di produrre un componente a partire da un disegno tecnico con fresa e tornio.

Soprattutto l’aspetto che non si coglie è che questi processi sono il segno di un cambiamento di modello su cui tutta l’ER ha costruito il suo equilibrio sociale: cambiano le distanze tra i gruppi sociali, cambiano gli incentivi – a partire dai meccanismi di impegno sul lavoro, cambiano i meccanismi di mobilità sociale e i fattori che la alimentano. Uno degli esempi più evidenti è quello delle carriere: il percorso di mobilità ascendente tipico della società regionale (si inizia a lavorare come dipendente in una piccola impresa, poi si passa in un’azienda un po’ più grande o un po’ più specializzata e, infine, ci si mette in proprio) appare più difficilmente percorribile. In altre parole, entra in crisi quel meccanismo per cui l’impegno presente, anche molto duro, è motivato da un consistente guadagno atteso.

Considerare tutto questo come effetto ineluttabile della modernità spesso nasconde la incapacità (e la non volontà) di dare esiti diversi a processi che forse potrebbero averli.

La centralità del sistema formativo e della formazione professionale, ovvero dove le amministrazioni locali in qualche misura possono.

Molti autorevoli osservatori e molte voci, non solo della sinistra, hanno sempre considerato l’investimento in istruzione come la miglior forma di assicurazione verso le incertezze del futuro. È risaputo che a fronte della domanda su quali fossero le tre cose più importanti della sua politica per la crescita, il motto di Tony Blair, per citare il primo ministro inglese labour più conosciuto della storia recente, è stato “1. education; 2. education; 3. education”. Su scala diversa questo, in qualche misura, è avvenuto anche in ER.

A livello locale poche misure di politica industriale regionale hanno più visibilità mediatica della costituzione del Centro per i Big Data o di Muner – il corso sull’automotive delle università regionali, partecipato dai produttori di auto e componenti, volto a sostegno della “Motor Valley”. Molto rilievo è stato dato anche al lancio degli ITS e, in subordine, dei progetti IFTS.

Si tratta, ben si intenda, di progetti di grande importanza, che si sono realizzati superando grandi difficoltà e che avranno un impatto in termini di creazione di profili di alto livello. Per molti versi progetti lungimiranti.

E tuttavia, per dir così, nella loro forza si delineano anche i loro limiti. Il punto è il seguente. I saperi e le capacità di crescita dei sistemi produttivi locali in ER non dipendono solo dalla educazione terziaria.

Per molti decenni, le scuole tecniche e professionali hanno avuto un ruolo di primo piano nella creazione di reti di competenze diffuse sul territorio che hanno sostenuto lo sviluppo dell’economia e dei sistemi produttivi locali. E, per molti versi, è ancora così. Non solo nel senso banale che i destini di molte imprese e di molti progetti imprenditoriali sono ancora in grande misura governati da “periti” e non da “ingegneri”. Vi è una ragione più profonda. Se l’analisi che si è condotta in precedenza sulle migrazioni ha fondamento, la formazione secondaria e la formazione professionale continueranno ad avere ruolo di centrale sia per l’accesso al mercato del lavoro, sia per l’integrazione sociale di chi proviene da altre culture.

La formazione professionale regionale è la porta di accesso “naturale” per l’inserimento al lavoro dei nuovi migranti. Così come lo sono le scuole secondarie e, in particolare le scuole tecniche e professionali per i giovani, incluse, come già parzialmente accade, le seconde generazioni.

Come già è accaduto nel passato in più occasioni, affermare un ruolo di questa importanza richiede visione ed impegno della Regione e anche delle amministrazioni locali. Alle scuole a maggior contenuto professionale vanno garantite le migliori condizioni possibili in termini di insegnamento, rapporto con le imprese, strutture didattiche, laboratori. Avendo ben presente che, in tutta l’ER, vi è un problema di ricostruzione di immagine e di buona reputazione. Sul terreno della formazione professionale, l’apparato regionale è molto articolato e flessibile. Rimangono ampi margini di miglioramento in termini di coinvolgimento delle imprese, anche nella costruzione dei programmi formativi, ridimensionando modalità di offerta “a catalogo” da parte dei soggetti gestori, più facili da organizzare, ma meno efficaci e meno capaci di cogliere bisogni specifici.

Vi è un ulteriore aspetto che ha una rilevanza cruciale: la collaborazione, l’interscambio, e la facilità di passaggio tra le scuole professionali e la formazione professionale. Ora, da questo si è molto lontani.

Le relazioni industriali e il governo del mercato del lavoro, ovvero dove le amministrazioni locali possono poco, ma hanno un ruolo centrale nella costruzione di una visione

Vi è un ulteriore terreno sul quale appare urgente una presa di posizione nitida e un impegno delle nuove amministrazioni: le relazioni industriali e i rapporti di lavoro. Va da sé che a determinare l’assetto complessivo delle relazioni industriali non sono le amministrazioni locali (e non sono neppure i partiti a livello locale).

Ma gli uni e gli altri sono costruttori di regole sociali: di ciò che, nel pensare comune, deve essere considerato accettabile e ciò che non lo è.

Il miglior indicatore singolo dello stato di salute delle relazioni industriali è forse la durata dei rapporti di lavoro.

L’evidenza di cui si dispone indica che, in tutti i settori la durata delle nuove assunzioni si concentra nelle classi inferiori a un anno. Questo accade anche nelle imprese leader e non soltanto nelle imprese più fragili e marginali. La enorme diffusione di rapporti di lavoro di breve durata è in prospettiva, un pericolo. Su questo terreno si aprono le porte a un potenziale disinvestimento in capitale umano sia da parte delle imprese che dei lavoratori, si creano aree del mercato del lavoro nelle quali il precariato e i bassi salari sono la norma, a detrimento di un ragionevole regime di relazioni industriali.

Anche in questo caso si tratta di uscire da una lettura ambigua e fuorviante del mercato del lavoro, nella quale si è spesso confusa, anche da parte della sinistra, la flessibilità con la precarietà e, ancora una volta a premio della “modernità”, si è dato per scontato che il “lavoro a vita” o comunque rapporti di lavoro di lunga durata caratterizzati dall’impegno reciproco di lavoratore e datore di lavoro non esistano più.

È convinzione di chi scrive che insieme e forse prima ancora del salario minimo, questo sia un terreno centrale di confronto, anche culturale. Rapporti di lavoro che possono essere accesi e spenti in tempi rapidissimi sono forse il primo segno della sconfitta e della svalorizzazione del lavoro. Una delle origini dello stesso fenomeno dei “neet” – di giovani che anche in regioni ricche non studiano e non lavorano – ha radici anche qui.

Il ruolo dei social workers

Vi è una ulteriore aspetto che va reso esplicito: gestire reti migratorie legali, lavorare alla integrazione dei migranti, ridisegnare la formazione, gestire i neet richiede competenze che semplicemente nell’economia locale ora non ci sono: quelli che nel mondo anglosassone sono chiamati social workers, figure professionali specifiche con formazione secondaria e terziaria con la competenza specifica di gestire reti sociali (lingua, legge, convenzioni, modalità di soluzione dei conflitti, e così via). Ammesso e non concesso che ci sia un trade-off, si potrebbe forse dire che in ER oggi qualche ingegnere in meno e qualche lavoratore sociale in più potrebbe perfino essere di beneficio alla comunità.

Penetrazione mafiosa e ‘ndranghetista

Forse l’ER sta lentamente consumando il suo capitale, fisico, umano e sociale. Ma è ancora una regione abbastanza ricca da attrarre non solo migranti, ma ‘ndrine e mafie. Che sia così è indubbio e ce lo confermano il primo è il secondo processo Aemilia. Ne è una ulteriore riprova il fatto che questo tema sia stato posto in modo esplicito anche nel documento di programmazione regionale (NADEFR). Avvertire la comunità è meritorio. Tanto più quando digitalizzazione e rete rendono le possibilità di malaffare assai più numerose e difficilmente identificabili. Rimane un nodo del tutto irrisolto. Come è possibile che un sistema di norme sociali, che tendenzialmente, avrebbero dovuto essere impermeabili a tali forme di corruttela ne sia stato invece coinvolto anche in gangli vitali della sua vita sociale? Questo aspetto è ancora tutto da capire e certo non basta fare riferimento a alcuni cavatori di ghiaia e alcune imprese edili per spiegarlo. E non basta neppure guardare a un nucleo di professionisti, per i quali comportamenti opachi sono divenuti del tutto accettabili. Detto in modo forte, come è possibile che alle regole sociali su cui si è costruito il “modello Emilia” si sovrappongano regole mafiose di altra origine? Comprenderlo forse permetterebbe di rendere le nostre comunità un poco più resilienti.

Verso un nuovo “equilibrio dinamico trasformativo”?

A giudizio di chi scrive, affrontare con successo i punti critici che si sono evidenziati implica l’apertura di una nuova stagione di amministrazione condivisa. Si tratta di costruire un nuovo modello di partecipazione e di cittadinanza politica diffusa per valorizzare tutte le risorse umane, affermare percorsi di libertà e di assunzione di responsabilità condivise, dando un nuovo e più ampio inveramento alla democrazia.

L’impressione è che il dialogo costante con i principali attori sociali che la Regione ha praticato sin dalla sua costituzione negli anni Settanta (e alla fine formalizzato con il Patto per il Lavoro del 2015) abbia condotto nel tempo a quello che in letteratura è stato definito un “equilibrio dinamico conservativo”, in cui il cambiamento strutturale è si promosso e governato, ma con la finalità di perseguire obiettivi che soddisfino un gruppo pre-selezionato di stakeholder che “si riconoscono a monte” – l’espressione è dell’assessore regionale alle Attività Produttive, Vincenzo Colla – quali attori di una concertazione sostanzialmente neo-corporativa. Così, i principali interventi realizzati negli anni recenti, come la creazione dei tecnopoli e dei Clust.ER, appaiono indirizzati soprattutto ai settori più consolidati dell’economia regionale e a soddisfare gli attori più forti e, al tempo stesso, più capaci di veicolare le proprie domande di policy al decisore pubblico.

La sfida sembrerebbe, così, essere quella di passare da un “equilibrio dinamico conservativo” ad un “equilibrio dinamico trasformativo”. Questo dovrebbe includere nel processo di definizione dell’agenda di policy tutti (o, almeno, il numero più ampio) gli stakeholder e non solo quella parte di essi che partecipa all’attuale concertazione neo-corporativa. In questo, vi è una precisa volontà di recupero di ruolo da parte dell’insieme dei corpi intermedi – a partire dai sindacati dei lavoratori, ma anche da nuove espressioni del terzo settore ed aggregazioni del mondo giovanile – oggi lasciati scientemente ai margini. Si tratta di avviare una nuova fase di sperimentazione e di innovazione sociale per promuovere reti aperte a nuovi attori, che possano cogliere domande latenti, apportare ed acquisire nuova conoscenza ed assumere nuove responsabilità a sostegno di più visioni normative più audaci e socialmente desiderabili, come si fece nella fase pionieristica della stagione dei centri dei servizi reali.

“Alberto Rinaldi è professore associato di Storia Economica all’Università di Modena e Reggio Emilia: I suoi principali interessi di ricerca riguardano i distretti industriali e lo sviluppo locale, la network analysis applicata alla business history, e la storia dell’imprenditoria femminile. E’ autore di sei monografie e di numerosi articoli, pubblicati in riviste internazionali quali Business History, Cliometrica, Enterprise & Society, Explorations in Economic History, Financial History Review e The Journal of Policy Modeling“.

Giovanni Solinas è professore ordinario di economia politica. Insegna economia industriale nei dipartimenti di economia di Modena e di Reggio Emilia. Si occupa da molti anni di sistemi produttivi e di sviluppo locale. Ha scritto il primo saggio su questi temi per il Cambridge Journal of Economics nel 1983; gli ultimi due con P. Bianchi et. al per Business History, nel 2022 e con A. Rinaldi, per l’Industria nel 2023.


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