La patrimoniale sui ricchi è un favore al ceto medio

da | Gen 19, 2024 | Altro, Articoli | 0 commenti

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Di Emanuele Felice, pubblicato su Domani

In Italia le disuguaglian­ze sono in aumento. E il 5 per cento più ricco pa­ga meno tasse, in pro­porzione al reddito del restante 95 per cento. La patrimoniale è su di loro, una minoranza di ultraricchi che finora è stata favorita, e va a vantaggio di tutti gli altri. Peraltro il debito pubblico è in crescita e non abbiamo ri­sorse per garantire i diritti, a partire dalla sanità e da una pubblica amministrazione che sia di aiuto ai cittadini e alle imprese (da noi è sottodimensionata e sottopagata, fra le cause del declino).
Non solo, gli investimenti nel­ la scuola, nell’università, nel­ la ricerca e sviluppo in Italia sono i più bassi di tutto il mondo avanzato in rapporto al Pil (l’altra causa fondamen­tale del declino). Di fronte a questa situazione, il vero populismo è quello di chi conti­nua a ripetere, mentendo, che la patrimoniale colpisce il ce­ to medio: è vero esattamente il contrario.
Lasciamo da parte gli immobi­li, che già pagano dalla secon­da casa in poi. Un discorso an­drebbe fatto anche lì, di riordi­no del catasto come base di una tassazione più equa (di nuovo, a vantaggio dei redditi medio-bassi) e di progressivi­tà delle imposte sui redditi da locazione (di nuovo, colpen­do la rendita e gli ultraricchi,” “mica il ceto medio).

Ricchezza finanziarla
Ma facciamo le cose semplici: guardiamo alla sola ricchez­za finanziaria. Una patrimo­niale dovrebbe concentrarsi su chi ha più di 150mila euro sul conto corrente o in titoli, escludendo tutti gli altri: ap­punto, all’incirca il 5 percen­to della popolazione. Si pensi, d’altra parte, che ben il 77 per cento degli italiani ha sul con­ to corrente meno di12.500 eu­ro, cioè meno di un decimo di questa soglia (e qui il valore in titoli è minimo).
Secondo le stime della Banca d’Italia, in totale gli italiani hanno una ricchezza di 11mi­la miliardi: 5.700 in immobili e terreni, 5.300 finanziaria. Quasi la metà (46% è posseduta dal 5% per cento più ricco), ma in questo caso solo un terzo è costituito da abita­zioni e terreni. Detta altrimen­ti: la sola ricchezza finanzia­ria del 5% più ricco supera i 3mila miliardi. Una semplice aliquota dell’1% darebbe un gettito di 30 miliardi, prelevando da que­ste persone una modesta ci­fra, per loro, che non cambia in sostanza nulla nella loro vi­ta. Naturalmente le aliquote si potrebbero calibrare, ren­dendole via via più progressi­ ve, recuperando decine di mi­liardi in più, secondo un elementare criterio di equità (e anche di “utilità”, di benesse­re).
Questi miliardi potrebbero es­sere messi sulla sanità e sulla scuola, sull’università e sulla ricerca, per il riassetto del no­stro territorio, così fragile, per adeguare l’amministrazione alle enormi sfide che abbia­mo davanti. Per beni pubblici, insomma: a vantaggio di tut­ti. L’Italia diventerebbe un al­tro paese: più equo, più solida­ le, più efficiente, crescerebbe anche di più e meglio, final­mente. Del resto, quali sono le alternative? Dovremmo alza­re le tasse al ceto medio? Il nuovo Patto di stabilità impo­ne di tagliare il debito. E sulle pensioni siamo già intervenu­ti. Dobbiamo allora continua­re a depauperare la sanità, la scuola, la ricerca e l’universi­tà, l’amministrazione, il welfa­re? Diventando ancora più po­veri e disfunzionali, per finire sempre più in declino?
Quanto al perdere le elezioni, ebbene: è una misura che va a vantaggio del 95% de­gli elettori, a scapito di una ridotta minoranza di ultraric­chi, che peraltro ha già avuto molto e ha dato meno degli al­tri.
Se la politica, specie di sini­stra, non ha il coraggio o la for­za di spiegare una misura co­ sì semplice, e così equa, così necessaria, agli italiani, traete voi le conclusioni.


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