Una manovra senza visione

da | Dic 22, 2023 | Altro, Articoli | 0 commenti

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Luciano Cerasa, Notiziario INCA, 16 dicembre 2023

Una manovra scritta sull’acqua, con la maggior parte delle misure adottate che non vanno oltre l’anno e che sul piano dei conti pubblici non metterà disavanzo e debito pubblico su un percorso di discesa, come chiede la Commissione europea.
Ma anche largamente insufficiente a fornire uno stimolo alla crescita economica e al recupero del potere d’acquisto delle famiglie, falcidiato da un’inflazione “esogena” che in Italia
colpisce salari decrescenti dal 1990, unico Paese Ue a fronte degli incrementi corposi registrati nelle altre economie mature.
Sono queste le due grandi debolezze di una legge di Bilancio 2024 presentata come “prudente”, ma che in realtà espone il Paese al rischio del dissesto contabile nel medio periodo,
a una deindustrializzazione strutturale e all’ulteriore depauperamento del ceto medio produttivo, al quale contribuisce il costante restringimento del perimetro dello Stato sociale.
Le due più importanti misure introdotte solo per il 2024 sono il taglio dei contributi
previdenziali fino a un reddito di 35 mila euro e l’accorpamento dei primi due scaglioni
dell’Irpef, che insieme valgono circa 15 miliardi. Ma ve ne sono molte altre: la detassazione del welfare aziendale e dei premi di produttività, la riduzione del canone Rai (un risparmio di 20 euro per un anno), ancora un differimento di sei mesi di plastic e sugar tax,
l’azzeramento dei contributi previdenziali per le lavoratrici dipendenti a tempo indeterminato con due figli, il credito di imposta per gli investimenti nella Zona economica speciale del Mezzogiorno, il rifinanziamento della legge Sabatini per gli investimenti. In totale circa 4 miliardi.
Nella direzione invece di alleggerire i bilanci futuri c’è l’impegno a tagli di spesa, per investimenti, che si realizzeranno nel 2026: la riprogrammazione delle spese della Difesa (1,5
miliardi) e dell’intero bilancio statale (9 miliardi). Per non parlare di un misterioso piano
di privatizzazioni per 20 miliardi, decisivo per le stime del governo di riduzione del debito
da qui al 2026.

Tra i principali provvedimenti solo tre mostrano una proiezione di spesa su tutto il
triennio: i finanziamenti per la Sanità (1,9 miliardi nel 2024 e 2,9 miliardi nel 2026 largamente insufficienti secondo le stime per mantenere almeno gli attuali standard), per i contratti del Pubblico impiego (1,5 miliardi nel 2024 e 2,5 miliardi nel 2026, al netto delle entrate fiscali e contributive sugli aumenti delle retribuzioni) e per il ponte sullo stretto di Messina (400 milioni nel 2024 e 800 milioni nel 2026).
Se si guarda poi alla legge di Bilancio con l’ottica del contributo alla crescita, il quadro
è ancora più sconfortante. Vediamo un paio di esempi.

L’intervento di maggior dimensione per il 2024 è il rinnovo dello sgravio contributivo,
costo 10 miliardi. Lo strumento presenta alcuni difetti. Innanzitutto, il modo in cui è disegnato, per classi di reddito e non per scaglioni: superando la soglia dei 35 mila euro si
perde l’intero sgravio e quindi ci si ritrova con un reddito netto più basso di prima. Poi c’è
l’effetto negativo della riduzione dei contributi sull’equilibrio del sistema pensionistico.
“Sfuggono i motivi della popolarità della fiscalizzazione dei contributi come strumento per
il sostegno dei redditi come in questo caso o per indurre comportamenti quando viene usato come incentivo per assumere determinate categorie di lavoratori – osserva il presidente
del Nens, Giuseppe Pisauro –. Si tratta di uno strumento che può avere una logica di sostegno temporaneo dei redditi bassi, ma che non è opportuno rendere permanente; si possono ottenere gli stessi risultati in modo più trasparente per varie altre vie, ad esempio con
un credito di imposta rimborsabile sul modello dell’Earned income tax credit, usato negli
Stati Uniti da decenni”. È fondamentale, per Pisauro, mantenere chiaro il legame, a livello
individuale, tra contributi versati e pensione futura e non interferire con il sistema previdenziale.
“Questo intervento non determinerà nessun vantaggio netto per i contribuenti interessati, rispetto a quello acquisito nella seconda metà dell’anno, ma serve a evitare una perdita” sottolinea l’ex ministro delle Finanze e presidente onorario del Nens, Vincenzo Visco.
“Si tratta di un intervento limitato, condivisibile – continua Visco –, ma finanziato in deficit, e che elude il problema molto rilevante che riguarda le modalità con cui sarà possibile finanziare nei prossimi anni il sistema di welfare”. Tradizionalmente il welfare è stato finanziato ricorrendo alle imposte sul reddito e ai contributi sociali. Ma in una situazione in
cui nei Paesi occidentali, negli ultimi decenni, la quota dei redditi di lavoro sul totale del
valore aggiunto si è progressivamente ridotta di 10-20 punti, sarebbe necessario pensare a
una diversa modalità di finanziamento che coinvolgesse l’intero reddito prodotto, e non solo parte di esso.
Tornando alla questione salariale, non si può pensare di risolverla strutturalmente con
sussidi o agevolazioni a carico dello Stato. Appare prioritario invece favorire la crescita delle imprese e ridurre il peso di quelle piccole. Grandi imprese implicano maggiore produttività e salari più alti, se concordati con le organizzazioni sindacali più rappresentative. In una sola parola posti di lavoro di qualità. Un ruolo importante in questo senso è giocato dal sistema tributario e anche su questo, come si è detto più volte, la delega fiscale va nella direzione di coccolare la microimpresa e l’economia sommersa.
Per quanto riguarda l’intervento di rimodulazione dell’Irpef il governo ha deciso di ridurre da quattro a tre gli scaglioni (e le aliquote) eliminando il secondo scaglione (da 15
mila a 28 mila euro), estendendo così l’aliquota iniziale del 23% fino a 28 mila euro. Ciò
potrebbe essere interpretato come l’inizio di una progressiva e graduale estensione della “flat
tax” con aliquota del 23% (e non del 15% ora in vigore per i forfettari) verso i redditi più
elevati, come da programma elettorale. Peraltro l’ulteriore passaggio a due aliquote si presenterebbe molto più problematico in termini di perdita di gettito.
Prosegue intanto nel Paese un confuso dibattito in tema di evasione fiscale, argomento
su cui prevale la tendenza ad eludere, rimuovere, sottovalutare, ignorare. O nel caso del governo a favorire, con l’introduzione di nuove sanatorie e condoni (con gli ultimi introdotti nella manovra siamo arrivati a 17 provvedimenti) o a legalizzare, allargando la platea di
coloro che possono accedere al sistema forfettario e “patteggiando” l’evasione con il nuovo
concordato preventivo.

I dati ufficiali elaborati in proposito ci dicono da almeno un decennio che il 70% dei
lavoratori indipendenti evade sistematicamente le imposte sul reddito e che riescono a sottrarre in media il 70% dei loro redditi e ricavi. Cioè che dichiarano in media solo il 30%
del dovuto. “Si tratta di alcuni milioni di contribuenti responsabili dell’evasione di massa
che caratterizza il nostro Paese e che non ha eguali tra gli Stati economicamente più avanzati” rimarca il presidente Visco. “Ma l’aspetto più inquietante della vicenda – continua –
consiste nel fatto che le su menzionate categorie continuano a richiedere, e ad ottenere, favori, agevolazioni e privilegi che si aggiungono all’evasione che viene rimossa dalla consapevolezza generale, e anzi considerata inevitabile, parte integrante del modo di funzionare
della nostra economia”. Tra questi benefici il più rilevante è il sistema forfettario, che va
sommandosi all’evasione.
Come è noto, il regime forfettario prevede che i contribuenti persone fisiche con ricavi
fino ad 85 mila euro possano limitarsi a versare un’imposta del 15% di un reddito calcolato sottraendo al fatturato dichiarato una percentuale di costi presunti variabile a seconda
del settore di attività. Per esempio, per le attività professionali essa è fissata al 22 per cento.
L’imposta così calcolata sostituisce l’Iva, l’Irpef, le addizionali regionali e comunali all’imposta sul reddito e, inizialmente, anche l’Irap dalla quale questi contribuenti sono stati recentemente esclusi formalmente.
Il risultato che deriva dai conti elaborati da Nens, in termini di equità, è disarmante: dichiarando un fatturato di 30 mila euro, cui si applica l’abbattimento forfettario del 22%,
il reddito imponibile risulterà di 23.400 euro e, applicando l’aliquota del 15%, l’imposta
dovuta risulterà di 3.510 euro con un’incidenza effettiva del prelievo fiscale del 4,5%.

SulIlo stesso reddito un lavoratore dipendente o pensionato paga molto di più e il divario aumenta con la crescita del fatturato dichiarato.
L’elementare algoritmo presentato può essere utilizzato per qualsiasi livello di fatturato
fino al massimo di 85 mila euro. Il risultato sarebbe comunque lo stesso: un’aliquota effettiva del 4,5 per cento.
La narrazione del governo sulle ristrettezze della manovra di bilancio ruota intorno all’apparentemente pesante fardello lasciato sui conti pubblici dal Superbonus.
Il ministro Giorgetti quantifica l’impegno finanziario a carico dello Stato in 94 miliardi che impedirebbe a suo dire interventi significativi di integrazione della spesa sottraendo
le risorse necessarie per contrastare il dissesto della sanità pubblica, gli effetti sui salari dell’inflazione, finanziare assunzioni, pensioni e contratti nella Pa, un intervento più ampio di
riduzione del cuneo fiscale, un rafforzamento della politica di bilancio contro la povertà,
indebolita fortemente dalla proditoria abolizione del Reddito di cittadinanza. Ricordiamo
che finora i bonus edilizi sono stati finanziati “cash” dalle banche, con il meccanismo della
cessione del credito d’imposta agli istituti di credito. Gli stessi che stanno incassando lauti
profitti dall’aumento dei tassi d’interesse senza fornire in cambio nessun servizio aggiuntivo o un aumento significativo e generalizzato dei tassi attivi sui conti correnti a favore di
famiglie e imprese in grande difficoltà.
Inoltre i crediti d’imposta dei bonus edilizi, che secondo la narrazione del governo gravano già significativamente sui conti pubblici, devono ancora in gran parte maturare, al ritmo, secondo i conti del Mef, di 9,4 miliardi l’anno. Un suggerimento potrebbe essere quello di aumentare la futura tassazione sugli istituti bancari, anche di pari importo, per compensare la perdita di entrate per la contabilità dello Stato.
La grave controindicazione, per la presidente del Consiglio Meloni, è che toglierebbe
ogni alibi alla politica classista e corporativa di questa maggioranza, sollevando l’opposizione di sponsor politici e finanziari di rilievo come i banchieri Berlusconi. Ma per tutti gli altri varrebbe la pena di tentare.


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