Governare il clima è far politica

da | Nov 14, 2023 | Articoli | 0 commenti

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La trasformazione verde è un processo condiviso con obiettivi chiari. E non un enunciato. Charles Sabel in missione in Italia su invito del Forum Disuguaglianze Diversità ne parla con Rossella Muroni

Come accelerare la transizione e la trasformazione ecologica imposta dal collasso climatico? Il cambiamento, tumultuoso, è in atto. Tocca tutte le dimensioni della nostra vita. Gli Stati investono e fissano target. Ma siamo in confusione. Pesa l’assenza di un governo del processo che affronti le complessità, ascolti e promuova chi assume il rischio di innovare, penalizzi i conservatori, provi nei fatti che «ambientale» non è nemico di «sociale». Una strada sta nelle proposte di Fixing the Climate, che Charles Sabel, professore di Diritto e scienze sociali alla Columbia Law School, ha estratto (con David Victor) da esperienze concrete. Il Forum Disuguaglianze Diversità ha invitato Sabel per una missione in Italia, fitta di incontri con le punte avanzate delle nostre “imprese verdi”, ricercatori, ambientalisti, Cgil, Asvis. Sabel e Rossella Muroni, che guida Nuove Ri-Generazioni, raccontano le chance dell’Italia. Evochiamo la trasformazione ecologica ogni volta che il collasso climatico ci esplode in faccia. Le generazioni più giovani la sentono come una priorità. Le direttrici tecnologiche sono chiare. Molte imprese corrono. Ma le istituzioni sono confuse e il senso comune frena: «Se acceleriamo sarà un bagno di sangue. Per lavoro e più vulnerabili». Cosa rispondere? Che sarà «un pranzo di gala»? Charles Sabel (CS): «Certo, no! Ma non sarà neppure un bagno di sangue, se la trasformazione sarà coordinata da un programma politico, frutto di dialogo nazionale. Da una mappa generale e opaca del cambiamento dobbiamo arrivare, con uno zoom, a vedere ostacoli, opportunità, traguardi e navigare così, con coraggio, lungo rotte visibili, settore per settore, luogo per luogo». Rossella Muroni (RM): «Non possiamo realizzare la trasformazione per inerzia. A esporre i più vulnerabili non è la velocità della trasformazione, ma la mancanza di guida. Dalla confusione bisogna uscire concordando democraticamente la rotta». Rispetto agli altri Paesi occidentali, come è messa l’Italia? CS: «Ha gli stessi problemi di tutti gli altri, ma in misura più grave. Non solo nella trasformazione ecologica ma in tutti i campi dell’organizzazione sociale coinvolti da questa trasformazione: welfare, pubblica amministrazione, governance territoriale, partiti». Nel libro Fixing the Climate, esaminando esperienze concrete, mostrate che si deve superare il tradizionale sistema di incentivi e punizioni di un mondo dove tutto è certo, per costruirne uno che funzioni in condizioni di incertezza tecnologica. Serve un mix di concorrenza e collaborazione fra imprese, con un’autorità pubblica a un tempo autorevole e flessibile, che fissi e controlli regole e standard ma sia pronta a modificarle, ascoltando le soluzioni tecnologiche delle imprese che rischiano e rendendo così assai costoso non rischiare. E allora, che dire delle politiche pubbliche europee? RM: «Meno male che siamo nell’Ue e dentro il ridisegno della sua anima: da acciaio e carbone a energia pulita e recupero della materia. Ma questo ridisegno è frenato da una governance dove, ad esempio, il peso strabordante del Consiglio consente di nascondere decisioni avverse alla trasformazione in politiche fiscali nazionali usate a fini competitivi». CS: «Ma nell’equilibrio instabile fra garanzia di interessi nazionali e convergenza progressiva su interessi comuni, la Commissione ha un ruolo decisivo nell’attuare le regole e sa farlo proprio con autorevolezza e flessibilità». RM: «Però opera ancora per silos settoriali e nella Direzione ambiente si manifesta una postura conservatrice e incapace di ascoltare alla pari tutti gli Stati: nel caso italiano anche per nostre gravi responsabilità». Tornando all’Italia, abbiamo ascoltato di decreti attuativi in ritardo. Di norme e incentivi che appaiono e scompaiono. Costruiti senza dialogo. Applicati senza discrezionalità da una pubblica amministrazione guidata da un diritto amministrativo obsoleto. Le classi dirigenti politiche hanno capito che qui sta la madre del surplus italiano di problemi? RM: «No. A impedirlo è stato il venire meno, nei partiti, dell’essenza della politica: ascoltare, avere curiosità, discutere, studiare. E poi credere nel proprio potere di fare accadere le cose». Eppure, il fermento innovativo che avete incontrato negli incontri in Italia è significativo. Riguarda imprese, cittadinanza organizzata, movimenti, sindacato. Sono esperimenti diffusi di quel confronto pubblico-privato-sociale sull’attuazione concreta della trasformazione che Fixing the Climate propone, la condizione perché essa produca un’organizzazione più giusta di vita e lavoro. Ma non trovano udienza presso il sistema politico e istituzionale. Di fronte a questa sordità che può fare quel fermento? CS: «Le imprese verdi innovative con risorse finanziarie e tecniche sufficienti a reggere nelle forti turbolenze di ogni trasformazione devono “solo” trovare il coraggio di tenere botta: prima o poi ce la faranno. Per le altre, con esperienze più piccole e vulnerabili, la carta è un riconoscimento a livello di sistema che consenta di generalizzarle e di piegare a loro misura regole e politiche». RM: «Quelle esperienze, per pesare, devono fare rete fra loro. Ciò chiede una trasformazione dell’associazionismo di imprese e lavoro che non si posizioni sull’interesse più ricorrente (e dunque conservatore) fra i rappresentati, ma sugli interessi più innovativi, perseguendoli a misura dei contesti». CS: «E se non succede, che quelle punte avanzate si facciano avanti e si alleino fra loro!». E le imprese pubbliche? Alcune sono parte del cambiamento, ma oggi ognuna va per conto suo e l’Eni finisce addirittura per plasmare la cultura di governo, con idee contrarie all’interesse nazionale, come «Italia hub del gas». Che fare? RM: «Lo Stato-proprietario deve smettere di pensare che il proprio compito finisca con le nomine e recuperare il ruolo che ha in ogni Paese del mondo: indirizzare quelle imprese nell’interesse generale perché i loro piani industriali siano fattore di orientamento e certezza nella trasformazione. Il ForumDD ha da tempo proposto come farlo: ridando all’Economia le competenze necessarie per svolgere tale funzione». Poi c’è la dimensione globale. Sabel, oltre a proporre di rafforzare l’Accordo di Parigi come «fonte di autorità e sanzione di ultima istanza», plaudite al farsi avanti di «accordi plurilaterali aperti» fra gruppi di Stati in specifici settori per stabilire standard condivisi e tutelare le imprese dalla concorrenza al ribasso. Ma non rischiano di produrre contrapposizioni belligeranti fra blocchi di Paesi, attorno a Cina e Usa? CS: «Noi pensiamo che questi accordi siano un passo avanti se assoggettati a controllo democratico, permeabili all’entrata di nuovi aderenti, caratterizzati da condivisione delle conoscenze. Vedremo se l’accordo su acciaio verde fra Usa e Eu avrà questi tratti. Ma il rischio esiste. Ogni blocco persegue egemonia. Eppure operano forze in senso contrario. Ogni blocco sa anche che se il commercio di tecnologie verdi con il “Mezzogiorno del mondo” non si afferma, la Terra è destinata al collasso climatico. “Per salvare sé stessi…salvare il mondo”». RM: «Conta anche la cooperazione fra città del mondo. Se si traduce nella domanda di beni collettivi (mezzi pubblici di trasporto, apparecchiature ospedaliere, cibo per mense pubbliche), possono orientare sia i mercati sia la cooperazione fra Stati». Negli incontri è tornato e ritornato un messaggio: «Tanto più tardiamo, tanto più alto è il rischio sociale». Quale il messaggio ai partiti? CS: «Create e moltiplicate spazi di confronto; sfruttate la capacità italiana di ritrovarsi attorno a tavoli locali di collaborazione per costruire a livello nazionale rotte visibili che diano certezze a una trasformazione che oggi sgomenta». RM: «Tornate a essere luoghi aperti di partecipazione e ricerca di soluzioni, con la reale ambizione di dare rappresentanza alle aspirazioni delle persone e di ricercare l’intersezione fra interessi e valori diversi, anziché solo di chiedere voti». *Coordinatore del Forum Disuguaglianze Diversità


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