Nel 2020 il Club Tenco decise di istituire un nuovo premio dedicato alla memoria del Grup Yorum, storica band turca tre dei cui membri nella primavera di quell’anno morirono dopo lunghissimi scioperi della fame. O meglio: furono lasciati morire dopo che Erdogan censurò la band e fece incarcerare diversi dei suoi componenti accusandoli di terrorismo. Nel terzo millennio, alle porte dell’Europa, degli artisti vengono censurati, incarcerati e muoiono perché con la loro musica criticano un governo. Quello che è successo in Turchia non è, purtroppo, un caso isolato. Al contrario.

La questione è che, semplicemente, non se ne parla. Troppo spesso nascondiamo la testa sotto la sabbia e facciamo finta di non vedere. E il problema è che questo virus autoritario, che ci riporta alla mente gli orrori di un passato che pensavamo sepolto, si estende sempre di più. Ormai è anche nel cuore dell’Europa. Tacere era dunque impossibile. E nel nostro piccolo anche noi dal Tenco abbiamo voluto dare un segnale creando, in collaborazione con Amnesty International Italia, questo riconoscimento per dare visibilità agli artisti che, spesso mettendo a rischio la loro stessa vita, lottano per la libertà e i diritti umani in tutto il mondo.

In quella prima edizione del 2020 decidemmo di insignire con il Premio Yorum il cantautore e rocker egiziano Ramy Essam, la voce della rivoluzione di Piazza Tahrir che diede il via alle primavere arabe. Nel 2014, quando il generale Al Sisi arrivò al potere al Cairo, Essam, minacciato più volte, dovette esiliarsi. La sua musica, censurata da allora, non ha smesso però di condannare la drammatica situazione del suo Paese, dimostrata, se non bastasse l’omicidio di Giulio Regeni o la vicenda di Patrick Zaki, dalla morte nella prigione di Tora, dopo due anni in attesa di un processo, del giovane videomaker Shady Habash, regista del videoclip di Balaha, canzone di Essam che irrideva Al Sisi.

Nel 2021, dai sogni spezzati del mondo arabo siamo passati all’Ungheria, Paese che non è più una democrazia liberale, ma, a tutti gli effetti, come affermato dallo stesso Parlamento europeo, una “autocrazia elettorale”. Abbiamo portato a Sanremo il giovane rapper Áron Molnár che con il suo collettivo artistico, NoÁr, soffre da anni la censura quotidiana del regime instaurato da Viktor Orbán. La ragione? Denunciare la mancanza di pluralismo informativo, la corruzione del governo, il drammatico arretramento dei diritti civili, la fine della separazione dei poteri, l’indottrinamento nazionalista nella scuola.

Ufficialmente, lo scorso anno non abbiamo consegnato il premio Yorum. Non perché la repressione dei musicisti “scomodi” sia di colpo terminata, ma perché spesso per gli artisti non è affatto facile accettare questo premio che potrebbe implicare ritorsioni nei propri confronti o in quelli della propria famiglia. È stato questo il caso del rocker russo Yuri Shevchuk, storico leader della band Ddt, che nel 2022 abbiamo insignito, proprio per questa ragione, “solo” con il Premio Tenco alla carriera. Oltre a voler premiare un artista di grandissimo spessore, amatissimo nel suo Paese da oltre quarant’anni, il nostro obiettivo era anche quello di fare luce sui molti artisti censurati e repressi dal regime putiniano. Pacifista convinto fin dai tempi della guerra in Afganistan ai tempi dell’Unione Sovietica, Shevchuk, che alla fine per ovvie ragioni dovute al contesto internazionale non ha potuto ritirare il premio all’Ariston, ha criticato duramente l’invasione russa dell’Ucraina, pagando con la censura e la minaccia di sanzioni la sua coerenza e il suo coraggio.

Con il Premio Yorum di quest’anno ritorniamo al mondo arabo. Perché vogliamo parlare di una guerra dimenticata, quella siriana, arrivata ormai al suo dodicesimo anno, e di un regime, quello di Bashar Al-Assad che, nel disinteresse oramai di tutto il mondo, continua a negare i diritti umani più basilari al suo popolo. Ma Aeham Ahmad, l’artista che avremo con noi a Sanremo, rappresenta anche molto altro. Ahmad, infatti, è nato nel campo profughi palestinese di Yarmouk, a Damasco, nel 1988. La Palestina l’ha conosciuta solo dai racconti del nonno che la dovette abbandonare alla fine degli anni quaranta dopo la prima guerra arabo-israeliana. Spinto dal padre violinista non vedente, fin da bambino Ahmad studiò musica, fino a diplomarsi al Conservatorio di Damasco. Quando nel 2011 scoppiò la guerra e il campo di Yarmouk, bombardato continuamente, perse nel giro di un triennio quasi il 90% della sua popolazione, decise di portare in strada il suo pianoforte e suonarlo in mezzo alle macerie. In quel paesaggio surreale, Ahmad metteva in musica le poesie che gli portavano i sopravvissuti e suonava insieme ai bambini per addolcire, almeno durante alcune ore, tutto quell’orrore. “Volevo fare la guerra con la musica”, ha ricordato in una recente intervista. E voleva anche mostrare quello che succedeva nelle strade del suo Paese. Un amico, Lamis Khateeb, gli scattò una foto che fece il giro del mondo.

Nell’aprile del 2015, però, a Yarmouk arrivò l’Isis che diede fuoco al suo pianoforte. La sua famiglia lo aiutò a scappare. Come centinaia di migliaia di altri rifugiati, Ahmad attraversò il Mediterraneo su un gommone. Da Lesbo, poi, seguì la rotta balcanica e arrivò in Germania dove visse in un centro di accoglienza. Iniziò di nuovo a suonare e in quello stesso 2015 fu insignito del Premio internazionale Beethoven per i diritti umani, la pace, la libertà, la riduzione della povertà e l’inclusione. Nel 2018 creò una scuola di musica vicino a Warburg, dove si è stabilito, ma poi ha deciso di chiuderla perché il costo dell’affitto era troppo alto. “È meglio risparmiare quei soldi e mandarli a chi ne ha bisogno in Siria”, ha spiegato. Parte dei ricavati dei suoi concerti, infatti, li spedisce ogni mese tramite una Ong ai campi profughi del suo Paese. La sua storia l’ha raccontata in un libro, Il pianista di Yarmouk, tradotto già in una decina di lingue e pubblicato in Italia da La nave di Teseo.

Ahmad non ha però mai smesso di suonare per la pace. Né di scrivere per parlare della mancanza di libertà dei suoi connazionali. Ormai sono già una decina i dischi che ha inciso, frutto di tante collaborazioni. Da Syria. Music for Peace insieme a Steve Shofield a Drubupiano con Ahmed KittanDa Keys to Friendship insieme all’Edgar Knecht Trio, in cui canzoni popolari tedesche e arabe vengono riproposte con arrangiamenti jazz, a Das Leben, ossia “Vita”, che raccoglie brani registrati a distanza insieme a suo padre durante il Covid. Fino a Experience con il suo nuovo quintetto e le collaborazioni di musicisti siriani, iracheni, tedeschi e giapponesi. Nel 2022 è anche uscito il suo secondo libro, Taxi Damasco, scritto a quattro mani con Andreas Lukas, in cui mette per iscritto le storie che gli racconta un suo amico tassista che vive e lavora nella capitale siriana. Storie di paura, disperazione, disuguaglianza in un regime autoritario in cui libertà e diritti brillano per la propria assenza. Storie i cui protagonisti non hanno nomi e cognomi per proteggere l’amico tassista e la propria famiglia che continua a vivere a Yarmouk. Di suo fratello, infatti, non si sa nulla da ormai dieci anni, mentre l’amico che gli scattò la famosa foto suonando il piano tra le macerie della sua città è morto di torture nelle carceri di Al-Assad.

È a musicisti come Ahmad che dobbiamo dire grazie. Per lottare per la libertà e i diritti umani, per mettere a rischio la propria vita per difendere la pace, per ricordarci che anche con la musica possiamo, almeno un po’, cambiare in meglio il mondo. Per questo lo abbiamo voluto insignire con il Premio Yorum 2023.