Ancora lo scontro di civiltà

da | Ott 16, 2023 | Articoli | 0 commenti

Condividi

di Mario Ricciardi

«Non abbiamo precedenti per ciò che è accaduto oggi, e le conseguenze di questo attacco saranno senza dubbio terribili. Più violenza, più morti, più dolore per tutti. E così in fin dei conti comincia il Ventunesimo Secolo». Sono parole di Paul Auster, scritte verso l’alba del 12 settembre del 2001. In questi giorni ho ripensato spesso al dibattito che ha accompagnato i primi anni della «guerra contro il terrorismo» dichiarata da George W. Bush. Oggi come allora, l’orrore per l’attacco e per le sue sanguinose conseguenze aveva alimentato un desiderio di vendetta che venne esaltato da organi di stampa e intellettuali. Non si invocava solo la punizione dei responsabili, ma la lotta all’ultimo sangue contro una religione, l’Islam, che – riprendendo stereotipi orientalisti – veniva rappresentata come aliena e ripugnante. In Italia il tono fu stabilito da un lungo articolo di Oriana Fallaci, che poco tempo dopo divenne un libro di successo. Sulla sua scia, si fecero avanti i teocon, la versione romana dei neocon, sostenendo che, anche se Dio non ci fosse, dovremmo inventarlo, pena la rovina dell’Occidente (scritto maiuscolo ovviamente) e la fine della civiltà. Nelle circostanze dei primi anni del nuovo secolo, ciò si traduceva nell’invito a una sorta di crociata.[…]
Nel suo libro Fallaci richiamava due sentimenti: la rabbia e l’orgoglio. […]
Perché l’orgoglio? Fallaci invitava gli occidentali a rialzarsi e a recuperare il rispetto di sé attraverso la lotta contro un nemico mortale. Rilette oggi quelle pagine rivelano un senso di vuoto, un presagio di morte, che sarebbe banale attribuire soltanto alle condizioni di salute dell’autrice (Oriana Fallaci era già malata, e sarebbe scomparsa nel 2006).
L’attacco alle torri gemelle diventava una sfida esistenziale non perché fosse sufficiente a annientare la più grande potenza militare e economica del mondo, ma perché veniva interpretato come acceleratore di un processo che era già in corso da decenni, ma che con la globalizzazione post ’89 stava assumendo nuove proporzioni: l’emersione di una società internazionale in cui gli Stati Uniti e l’Europa non sarebbero più stati (collettivamente) legislatore, giudice e (occasionalmente) carnefice. Era questa la ferita all’orgoglio occidentale che richiedeva una riparazione. […]

Clicca qui per leggere l’articolo intero apparso sul Manifesto


Condividi

0 commenti