Il neoliberalismo reale e la sinistra perduta

da | Ago 1, 2023 | Altro | 0 commenti

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di Filippo Barbera, il 10 maggio 2023

Ancora oggi e nonostante tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, si sente qualcuno riproporre la “terza via”. I riformisti, quelli che fanno gli offesi per il “massimalismo” (sic!) di Elly Schlein, si richiamano a quell’esperienza. L’emblema della terza via è stato New Labour di Tony Blair e Gordon Brown, con partiti eredi della tradizione di sinistra sempre meno caratterizzati da una dirigenza di provenienza popolare e con una cultura economica modellata sul there is no alternative. L’esito è stato, oltre alla rottura con l’elettorato popolare, l’abbandono dei territori più colpiti dalla globalizzazione, dalla aree interne alle periferie urbane, alle conurbazioni e ai territori della produzione manifatturiera dove si anniderà poi il malumore e il risentimento dei “luoghi che non contano”, come li ha definiti Andrés Rodriguez-Pose. Di fronte a questi esiti, riproporre oggi le ricette della terza via equivale a credere che Happy Days sia l’avanguardia delle serie tv.

Nella cattura cognitiva delle classi dirigenti da parte delle parole d’ordine priorità e ricette neoliberali nasce e cresce il grande esodo dei voti operai in fuga dai partiti di sinistra. Nelle strategie di dominio messe in campo da organizzazioni e think-tank prosperano le radici di una nuova egemonia che mitizza le virtù salvifiche del mercato e relega lo Stato a un ruolo servente gli interessi che “sanno farsi ascoltare”. Nella melassa dell’indistinzione programmatica – nel caso italiano ben rappresentata dal motto veltroniano del “ma anche” – il passato, le radici, la tradizione socialista e comunista sono stati abbandonati e ripudiati con la testa bassa per la vergogna dalle classi dirigenti che una volta si ritenevano orgogliosamente di sinistra. Pochi hanno avuto il coraggio di ricordare che la critica al capitalismo si può avvalere dell’intersezione tra pensiero liberale e tradizione social-comunista, all’insegna del rapporto tra diritti, redistribuzione del potere e rimozione degli ostacoli alla libertà sostanziale delle persone (Luciano Barca, L’eresia di Berlinguer: un programma fondamentale non scritto [vol. 3], 1992, Sisifo. Per una ricostruzione retrospettiva, dello stesse autore si veda, Del capitalismo e dell’arte di costruire ponti, Roma, Donzelli, 2000).

Temi, questi, trascurati per abbracciare il neoliberalismo reale, non quello delle dottrine dell’economia di mercato promessa a tutti i “meritevoli”, quanto quello dei rapporti di forza che sorreggono la società di mercato dove il vantaggio per pochi si trasmette lungo linee di classe, famiglia e luogo di nascita. Dove i rappresentanti degli interessi forti, gli intellettuali da salotto o da talk-show, le cerchie di riconoscimento trasversali agli schieramenti che si frequentano nei salotti buoni dei centri delle città, si danno pacche sulle spalle asserendo “signora mia la patrimoniale che orrore!” e “la colpa è dei giovani non hanno più voglia di lavorare”. È, questa, l’architettura sociale che ha sorretto il neoliberalismo reale nel nostro Paese: un reticolo intrecciato e trasversale agli schieramenti politici, unificato dal riconoscimento nelle parole d’ordine neoliberali e avverso a ogni tentativo di equità fiscale, potenziamento dell’azione pubblica, lotta alle diseguaglianze. Un reticolo salottiero che ambisce a farsi pubblicare su Il Foglio e a farsi rappresentare nei board delle organizzazioni che contano.

Un progetto neoliberale certamente a bassa intensità attuativa, ibrido e ben diverso dal riformismo di Margaret Thachter e Ronald Reagan che si è concentrato in pochi anni con misure draconiane, ma dalla direzione chiara e univoca se osservato lungo un arco temporale sufficientemente lungo e in rapporto alle riforme fiscali, del mercato del lavoro, della scuola-università, così come alle privatizzazioni e ai regimi di aiuto alle imprese (cfr. F. Barbera, J. Dagnes, Spina e A. Salento [a cura di]Il capitale quotidiano, Donzelli, 2016). Un modello economico che le destre hanno saputo tradurre in consenso politico ibridandolo con il sovranismo nativista. Ciò, oggi, avviene in un contesto segnato dalla scarsità di risorse, con l’inflazione a doppia cifra e l’economia affondata da pandemia e guerra. Per questo, non è sufficiente sottolineare il simbolismo identitario delle destre e il nuovo individualismo che le contraddistingue senza collegarlo alle scelte di politica economica (G. Serughetti, Il vento conservatore: la destra populista all’attacco della democrazia, Laterza, 2021). Un sovranismo neoliberale che combina la definitiva rottura del patto fiscale, l’evasione “di sopravvivenza”, l’indebolimento dei servizi pubblici, la protezione della rendita, con il continuo richiamo alla nazione, alla protezione dei confini dall’invasione, ai valori tipici del tradizionalismo.

Cosa si intende per neoliberalismo reale? Come esiste uno iato tra socialismo reale e socialismo dottrinario, così esiste una diversità di fondo tra neoliberalismo reale e neoliberalismo dottrinario. È la stessa differenza che passa tra le idee nella storia e la storia delle idee. Il primo e più importante elemento del neoliberalismo reale è l’uso dello Stato per portare la competizione in ambiti e settori ancora non toccati da questi principi (W. Davies, The Limits of Neoliberalism: Authority, Sovereignty and the Logic of Competition, London, Sage, 2014). Questo può avvenire attraverso regole, incentivi, uso della fiscalità e, quindi, anche attraverso la spesa pubblica e la competizione organizzata e regolata. Non assenza dello Stato e dei suoi correlati in nome della libertà economica individuale, come vorrebbe la dottrina, ma un suo uso in una particolare direzione e a favore di certi interessi organizzati e, spesso, non trasparenti. Non azzeramento della spesa pubblica, ma sua ricalibratura come strumento di costruzione politica della logica della competizione: via mercato in alcuni casi, attraverso bandi in altri, per mezzo di strumenti incentivanti e regolatori, tramite logiche “dell’eccellenza” in altri ancora. L’esatto opposto della dottrina, o meglio di una sua ingenua interpretazione, che vorrebbe la competizione economica come il luogo della libertà individuale lontano dalla politica.

La libertà economica invocata dalla dottrina è la principale libertà da tutelare attraverso meccanismi legati alla santissima trinità “prezzi-mercato-concorrenza”, dalla quale deriverebbero poi le altre libertà. Questa è l’auto-narrazione, la giustificazione ideologica del neoliberalismo reale, non la sua messa in pratica riscontrabile nell’esperienza storica concreta. Il neoliberalismo reale si basa su una specifica antropologia e su una definita concezione dei rapporti economia-politica-società: l’individuo come imprenditore di sé stesso, la pubblica amministrazione come impresa, le politiche sociali come workfare. Non solo o tanto il primato dell’homo oeconomicus nello scambio di mercato regolato dai prezzi (mercato simulacro), quanto il predominio dell’accumulazione di capitale (umano, sociale, simbolico) da spendere in una perenne competizione con gli altri in tornei, gare di eccellenza, sfide regolate, premi e classifiche dominate da ranking (mercato simulato). La società che ne deriva è fortemente stratificata in pochi vincitori e molti perdenti, in alcune vite privilegiate e in numerose vite precarie e spezzate. Il fallimento è una costante quotidiana, la povertà una colpa personale e la ricchezza un merito strettamente individuale. L’esito della regolazione neoliberale è la concentrazione delle risorse su pochi vincitori; la logica dell’eccellenza e la concentrazione del potere e della ricchezza – spesso camuffata da meritocrazia – ne costituisce la sua giustificazione ultima.

Questo è il messaggio che si ricava dalla lettura dei risultati della survey “La conversione degli europei ai valori di destra”, dove si analizza l’auto-collocazione politica sull’asse destra-sinistra in quattro paesi europei: Francia, Germania, Italia e Regno Unito (https://www.fondapol.org/en/study/the-conversion-of-europeans-to-right-wing-values/). Si tratta delle “grandi democrazie europee” – Germania, Francia e Italia sono i primi tre paesi più popolosi dell’Ue a 27 – non di piccoli paesi periferici o marginali. La maggioranza relativa degli intervistati si colloca tra le posizioni 6-10 della scala sinistra-destra. L’Italia è il paese più “polarizzato”: il 44% degli italiani si descrive di destra (31% di sinistra), contro il 40% dei britannici (25% di sinistra), il 38% dei francesi (24% di sinistra) e il 36% dei tedeschi (26% di sinistra). Ma quali significati, valori e priorità si associano a questa auto-collocazione? I risultati sono piuttosto interessanti, anche se non sorprendenti, e corrispondono alla tesi centrale del lavoro di Marco D’Eramo, Dominio. Il neoliberalismo è diventato – grazie a strategie intenzionali e coordinate di egemonia e dominio – la mappa simbolica che permette di navigare nel mondo, il sistema di senso che ordina e gerarchizza bisogni, che informa la salienza dei criteri di giustizia, dei valori di riferimento e delle catene mezzi-fini. Il tutto nella diffusa predominanza della responsabilità individuale, con al centro lo “spirito del progetto” e l’individuo artefice unico del proprio destino dentro una comunità nazionale chiusa alla diversità. Successi, fallimenti, esiti fausti e infausti sono solo nelle mani dei soggetti, del loro impegno individuale, sforzo pro-attivo e intenzionalità. Il tutto in un quadro nativista e che si richiama all’ordine simbolico della nazione, all’autoritarismo e alla chiusura verso la diversità. L’opposto di quanto prefigurato dai teorici del neoliberalismo dottrinario e dalle tesi sulla società aperta. Competizione e società chiusa coesistono, così come mercato e assenza degli assetti liberal-democratici. Non si tratta solo del caso cinese, ma anche di paesi come l’Ungheria, dove la proprietà privata si accompagna alla soppressione dei diritti umani e all’autocrazia elettorale

La maggioranza assoluta dei rispondenti crede che «le persone possono cambiare la società attraverso le loro scelte e azioni» (80%), che «le persone nel (loro) paese hanno la possibilità di scegliere il proprio percorso di vita» (69%). Infine, il 67% degli intervistati crede che «con lo sforzo chiunque possa avere successo». A questa attribuzione di potere alle scelte individuali corrisponde l’idea – sostenuta dal 55% degli intervistati – che «i disoccupati potrebbero trovare lavoro se lo volessero davvero». Visione, questa, trasversale all’auto-collocazione politica, dal momento che il 58% degli intervistati che si riconosce nel segmento di centro-sinistra della scala si dice in accordo con questa affermazione (contro il 71% di chi si autodefinisce di centro-destra). Il nuovo spirito del capitalismo (L. Boltanski, E. Chiappello, Il Nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, 2014) basato sulla pervasività della cultura del progetto individuale, è diventato la riserva valoriale cui le persone attingono per giustificare la propria collocazione e traiettoria socio-economica. Per opporsi al sovranismo neoliberale non è sufficiente invocare tout court il ritorno dei partiti novecenteschi. Per la sinistra, giusta la diagnosi precedente, è necessaria la rigenerazione di un terreno inaridito da una lunga siccità, se non da una profonda contaminazione. Occorre per questo lavorare sul ripristino dei processi, organismi e nutrienti fondamentali del “suolo politico”, con una sorta di approccio agro-ecologico alla “paciamatura” del terreno. Un orizzonte di impegno che non può che essere meno che decennale. Fuor di metafora, occorre un disegno mobilitante e organizzativo in grado di rispondere alla micidiale inversione delle priorità tra interessi economici, rappresentanza politica e bisogni sociali (https://ilmanifesto.it/la-valanga-astensionista-e-il-delitto-perfetto-dei-partiti). Per cogliere il punto, è necessario distanziarsi in modo netto proprio dal modello organizzativo proposto dai sostenitori della Terza Via: la politica disintermediata e leaderistica che si è affermata con la crisi della forma-partito.


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