I tanti meriti, e qualche «caduta, dell’ecologismo

da | Ago 1, 2023 | Altro | 0 commenti

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di Roberto Della Seta, 2021

Il testo che segue è tratto dal libro di Roberto Della Seta “Ecologista a chi? Chiara fama e lati oscuri del pensiero green alla prova del Covid” (Salerno Editrice, 2021, pp. 133-141).

I TANTI MERITI, E QUALCHE “CADUTA”, DELL’ECOLOGISMO

Gli ecologisti hanno cambiato il mondo, in meglio. Hanno fatto evolvere il modo di percepire e desiderare il benessere da parte di ogni essere umano, povero o ricco: l’hanno allargato da una considerazione meramente economico-quantitativa a una dimensione molto più vasta nella quale ci sono valori, bisogni, aspirazioni immateriali, dalla salute personale e collettiva fino alla qualità dei rapporti interpersonali. Per merito soprattutto loro, l’idea visionaria e utopistica che Robert Kennedy enunciò nel 1968 in un suo celebre discorso poche settimane prima di venire assassinato – il benessere delle persone e delle comunità non dipende solo dal Pil – è divenuta consapevolezza diffusa.

Su un piano immediato e concreto, gli ecologisti hanno contribuito in misura decisiva a progressi che solo mezzo secolo fa sarebbero stati impensabili: dalla messa al bando dei gas Cfc responsabili del “buco nell’ozono” – ieri un problema drammatico, oggi poco più di un brutto ricordo – fino al boom tecnologico ed economico delle fonti di energia pulite, che ha reso realistico un obiettivo – l’azzeramento entro metà del secolo delle emissioni di gas serra prodotte dalla combustione delle energie fossili – indispensabile per fermare il riscaldamento globale e fino a pochi decenni fa inimmaginabile. Questi successi nell’azione a tutela dell’ambiente sono stati scanditi da grandi eventi politici sotto l’egida delle Nazioni Unite di portata mondiale e di vasta e crescente eco mediatica, importanti
sia per i loro risultati tangibili sia come misura dell’aumento di influenza culturale e politica dei movimenti ecologisti e di una

sempre più ampia presa di coscienza globale della “questione ecologica” quale problema prioritario dell’umanità. Quattro le tappe più significative di questa ormai lunga storia “ecodiplomatica”: nel 1972 a Stoccolma la prima Conferenza sull’ambiente cui parteciparono oltre 100 Paesi, nel 1992 l’Earth Summit di Rio de Janeiro (172 Paesi rappresentati, presenti come osservatori oltre mille organizzazioni non governative), nel 2002 a Johannesburg il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, nel 2015 a New York l’Assemblea generale dell’Onu che ha adottato all’unanimità l’Agenda 2030 con 17 Sustainable Development Goals, obiettivi al 2030 per uno sviluppo globale ambientalmente sostenibile e socialmente equo.

Ancora, il pensiero ecologico e i movimenti ecologisti hanno compreso per primi e fatto comprendere all’opinione pubblica che la protezione della natura e la salvaguardia della biodiversità – per esempio attraverso la creazione di parchi e aree protette – rappresentano un interesse primario dell’uomo. Il capitale naturale – cioè l’insieme delle risorse naturali (suolo e sottosuolo, aria, acqua, biosfera) di cui si compone la Terra – incorpora un grande valore sia sul piano sociale, culturale, estetico ed etico che come fonte di ricchezza economica. Esso fornisce un vastissimo insieme di “servizi ecosistemici” senza i quali non solo il nostro benessere ma la nostra stessa vita sarebbero impossibili: ci offre cibo, acqua, risorse energetiche, legno e fibre, è alla
base di processi per noi vitali dalla formazione del suolo al ciclo dei nutrienti alla fotosintesi clorofilliana. Da anni molti ecologi ed economisti si esercitano a quantificare il valore economico di tali “servizi”: per esempio, è stato calcolato che il sistema delle foreste boreali, uno dei principali regolatori atmosferici del nostro pianeta, fornisce servizi ecosistemici per un valore annuale pari a quasi 100 miliardi di dollari, superiore al valore delle risorse che ne vengono ogni anno prelevate.

Continuando con i meriti. L’ecologismo più precocemente e con più consapevolezza di ogni altro pensiero moderno ha messo in questione l’idea illusoria del progresso scientifico, in generale del progresso umano, come prospettiva lineare e “destinale”; ha affermato il principio che lo sviluppo della scienza e della tecnologia sono condizioni per il progresso, ma non bastano al progresso. Così non è, tanto meno così è oggi. Di fronte alla crisi climatica, Homo sapiens corre il rischio concreto di un radicale e drammatico regresso sociale e anche materiale, di un regresso alimentato da un utilizzo miope, sconsiderato delle sue conoscenze scientifiche e capacità tecnologiche sempre più evolute e sofisticate. Oggi più che mai il cammino della scienza segue direzioni che non rispondono a una astratta ansia di conoscenza ma a interessi “particolari”: la ricerca scientifica è sempre più costosa e per questo a finanziarla sono sempre più spesso soggetti “privati”, che scelgono di alimentare un ambito di ricerca piuttosto che un altro perché ne valutano i possibili risultati più “remunerativi”. Del resto, è lo stesso incedere travolgente, negli ultimi decenni, delle conoscenze scientifiche e delle capacità tecnologiche a rendere la scienza e la tecnologia irrevocabilmente “di parte”: poiché divenute capaci di manipolare i processi biologici fino a replicarli artificialmente, pongono all’uomo interrogativi etici dirimenti. Come scrive Mauro Ceruti, «oggi la tecnoscienza è ambivalente. Porta con sé opportunità e minacce. L’esistenza biologica della stessa specie umana, che sembrava al riparo da qualsiasi uso perverso della tecnologia, è diventata improvvisamente oggetto della sua stessa possibile azione distruttiva: l’umanità si scopre “mortale”, vulnerabile a se stessa, potenzialmente capace di suicidio.

Per la prima volta la tecnoscienza produce la possibilità di un’irreversibile morte globale»1.

1 M. Ceruti, Sulla stessa barca. La ‘Laudato si’’ e l’umanesimo planetario, Magnano, Quiqajon, 2020, p. 48

Infine (…), l’ecologismo è stato nel Novecento il primo pensiero autenticamente “globale”: più del socialismo internazionalista il cui orizzonte di riferimento è rimasto a lungo circoscritto all’Occidente, più del liberalismo che limitava il suo sguardo globale alla sola dimensione economica. Per la riflessione ecologica ed ecologista che parte dall’idea di superare la barriera concettuale che per secoli ha separato l’uomo dalla natura, è impensabile anche ogni barriera tra uomo e uomo su base etnica, religiosa, sociale. Pensiero dunque della globalizzazione quello ecologico, malgrado da esso scaturisca una critica radicale del modello attuale di governo dei processi globali che lo ha avvicinato all’inizio di questo secolo agli stessi movimenti no- global, perché richiama temi, problemi, preoccupazioni intrinsecamente sovranazionali e globali – l’inquinamento non conosce frontiere – e perché teorizza la necessità per l’uomo di percepirsi e agire come “comunità-mondo”. Questa impronta cosmopolita della preoccupazione ambientale si vede bene anche dal fatto che molti dei primi e più efficaci trattati multilaterali condivisi da tutta o quasi tutta la comunità internazionale sono stati su materie ambientali: dal Protocollo di Montréal per il bando delle sostanze responsabili del “buco nell’ozono” alla Convenzione sul clima e alla Convenzione sulla biodiversità siglate in occasione dell’Earth Summit di Rio de Janeiro del 1992, al Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di gas climalteranti…

Anche in Italia gli ecologisti sono riusciti ad affermare i temi ambientali d’interesse globale nel dibattito pubblico. Circola talvolta una vulgata secondo la quale gli italiani sarebbero poco sensibili ai richiami ecologisti. Nella realtà molte evidenze dicono il contrario: siamo stati il primo tra i grandi Paesi occidentali a decidere, attraverso un referendum nel 1987, per il no all’energia

nucleare – “madre” di tutte le fonti energetiche antiecologiche per i suoi problemi intrinseci di contaminazione radioattiva dell’ambiente e di possibili incidenti dagli esiti catastrofici come a Chernobyl e a Fukushima –, e siamo uno di quelli dove i comportamenti green, dalla raccolta differenziata dei rifiuti al consumo di cibi biologici, si sono diffusi più rapidamente.

Certo, come in molti altri campi, anche in fatto di ecologia l’Italia è lacerata da profonde contraddizioni e segnata da arretratezze vistose: dall’abusivismo edilizio, fenomeno endemico soprattutto nel Sud, che ha sfigurato il volto di tanti nostri territori e generato insicurezza abitativa per centinaia di migliaia di persone che vivono in case costruite male e in aree a elevato rischio sismico, vulcanico, idrogeologico; alla condizione diffusa di dissesto del suolo, alimentata da una cronica incuria pubblica verso la manutenzione territoriale; fino alla piaga ambientale, sociale ed economica delle cosiddette “ecomafie”, organizzazioni criminali specializzatesi nel business della gestione dei rifiuti industriali

che hanno disseminato l’Italia di discariche clandestine di rifiuti industriali e spesso tossici. Merito degli ecologisti italiani è stato non solo di accendere i riflettori su queste “ferite”, ma di contribuire a curarle: è grazie a una legge voluta e fatta approvare da un ministro dell’ambiente ecologista, Edo Ronchi, nel 1997, se oggi ricicliamo tre quarti di tutti i rifiuti che produciamo, ed è grazie alla pressione civica delle associazioni ambientaliste e poi all’iniziativa politica di eletti ecologisti

in Parlamento se i reati dolosi contro l’ambiente sono stati inseriti come crimini nel codice penale.

Come il pensiero ecologico nella sua ormai lunga parabola, così l’ambientalismo – molto più giovane – reca dunque un segno evidente di modernità. Ma più ancora del pensiero ecologico è venato al tempo stesso da tentazioni antimoderne,

antitecnologiche. Ben visibili sul piano teorico – basti pensare alle riflessioni che traducono l’esigenza di uno sviluppo sostenibile, che anche e molto grazie al progresso tecnologico consenta
di creare più ricchezza senza dissipare le risorse naturali, nell’idea pauperista della “decrescita” – e decisamente vistose nella pratica quotidiana dell’azione organizzata per la difesa dell’ambiente, cioè nella miriade di mobilitazioni, proteste, conflitti in giro per il mondo, soprattutto locali, che si propongono come ambientalisti.

Il pensiero ecologico (…) ha un’anima doppia, divisa tra “cambiamento” e “conservazione”, e ha spesso accarezzato l’immagine di una natura pacifica e buona invasa e maltrattata dagli esseri umani violenti e cattivi. Questa doppiezza è stata a lungo un suo punto di forza, perché gli ha consentito di “seminare” la consapevolezza dei problemi ambientali nel modo più largo.

La realtà del problema ecologico, la storia di 200 mila anni del rapporto tra l’uomo e la Terra dicono però che la natura non è buona, anzi è totalmente amorale; soprattutto, la natura è indifferente al destino dell’uomo: la crisi climatica, per esempio, è un grande problema per noi, non per il pianeta che ha vissuto sconvolgimenti del clima incomparabilmente più radicali di quello attuale. Per questo, un ecologismo “adulto” non può non dirsi antropocentrico, certo “diversamente antropocentrico”. Pretendere un’umanità che anteponga al proprio interesse, individuale e di specie, le ragioni di un’astratta e generale “natura” o di altri animali, equivale infatti a negare l’ecologia. Noi umani siamo antropocentrici come gli uccelli sono aviocentrici e i batteri batteriocentrici. Piuttosto, è vero che per effetto dell’evoluzione culturale, del suo essere sapiens sapiens, l’uomo ha allargato l’orizzonte del proprio interesse di specie: che è più lungimirante, e per questo comprende la difesa degli equilibri

ecologici; che è anche psicologico, e per questo si allarga al benessere di animali altri da sé. È l’evoluzione culturale il vero carattere distintivo della specie umana: in essa è l’eccezionalità di Homo sapiens rispetto a ogni altro essere vivente, in essa il segno di una parziale ma irreversibile presa di distanza dell’uomo moderno dal suo “essere naturale”.


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